

Ven 13 Giu 2008 |
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| Si avvicinano gli esami di maturità e a chi, come il sottoscritto (ahimè, quasi tre decenni fa!), ha già sperimentato tale esperienza, in questo periodo dell'anno gli affiorano alla mente quei giorni di tensione e di malcelata paura. La “notte prima degli esami” non è solo un film o una canzone. È un pezzo memorabile della nostra vita. Un frangente che ritenevamo essere il più difficile, il più duro, il più drammatico. Poi il tempo ci ha fatto capire, nostro malgrado, come ben altre fossero le difficoltà e i tormenti. Ma, detta così, sembra quasi che anch'io voglia fare il verso alle notizie stereotipate dei telegiornali. Ci sono già loro a ricordarci (ma c'è davvero bisogno?) che “migliaia di studenti passeranno la notte insonne...”. Perché anche gli esami appartengono alla categoria delle ridondanze annuali: “arriva il grande caldo...” o “è prevista l'ondata di gelo...”, “è iniziato il grande esodo...”, “in fila per i saldi di fine stagione...”, “si ritorna sui banchi di scuola...”, e via di questo passo. Torniamo al punto. Il denominatore comune di tutti gli esami sostenuti da qualsiasi generazione di studenti si ritrova in un dilemma: “si riuscirà a copiare?”. Un'idea che accarezza la mente di ciascuno, nessuno escluso. Però, la mia curiosità non è riferita tanto alle abilità “magiche” per non farsi beccare, ma al supporto informativo utilizzato. Io, come si sarà capito dall'indizio iniziale, non sono un nativo digitale. Per certi versi rappresento la generazione dei cosiddetti mutanti, cioè di coloro che, giocoforza, hanno dovuto acquisire, con il passare degli anni, le indispensabili capacità informatiche per poter svolgere le proprie mansioni professionali. Di conseguenza. la mia generazione (e qualcuna delle seguenti), ha dovuto trasferire le “tracce” del tema di italiano inevitabilmente sulla carta. Che fosse stata quella “a fisarmonica” nascosta nei jeans o le pagine dello “Zanichelli”, poco importava. Il nostro supporto era quindi un qualcosa inventato qualche millennio prima. Una sostanza “materica” che, per quanto comprimibile, costituiva sempre “la prova” della nostra “innocente” malafede. Gli atomi del bigliettino (se si era stati fortunati ad azzeccare l'argomento del tema!) venivano “passati” agli atomi del foglio protocollo d'esame. I maturandi contemporanei, invece, sono abituati dalla nascita a vedere circolare le informazioni sotto forma di bit (sms, mms, internet). Tanto che stanno perdendo la “manualità” della scrittura. Non solo. Sempre più spesso viene canonizzata una sorta di “scripta ideogrammata” fatta di “xché”, “cmq”, “nn”, fino all'istituzionale “tvtb”. Una nuova mutazione che, però, genera un cortocircuito con la “nostra” civiltà degli atomi. La scuola insegna con un metodo di apprendimento di tipo sequenziale, vale a dire un supporto “atomico” (libro) in cui le informazioni (parole) si succedono tra loro. Una parola dopo l'altra, una riga dopo l'altra, una pagina dopo l'altra. Al contrario, la bit-generation, in tutte le occasioni extra-scolastiche, apprende in maniera simultanea. Come se le informazioni fossero immagini (vi dicono qualcosa le emoticons?). Ma c'è dell'altro. Queste informazioni sono impalpabili. Sono fatte di bit. Pertanto, indipendentemente dalla possibilità di portare con sé il cellulare durante la prova d'esame, esiste comunque un problema di trasduzione della conoscenza dai bit agli atomi o, se si preferisce, dal messaggino elettronico al foglio di carta. Forse, sta succedendo qualcosa di paragonabile al paradosso tecnico-informatico del fax, dove un contenuto informativo atomico (foglio di carta) viene processato per la trasmissione sotto forma di bit e, dal lato ricevente, “ricomposto” nuovamente in atomi. Può anche capitare che il foglio (atomi) ricevuto si trasformi nuovamente in bit mediante uno scanner o la digitazione su una tastiera. Un non-senso evolutivo. È chiaro che esiste (ancora) una relazione tra gli atomi e i bit, ma il problema è solo marginalmente tecnico. La vera questione, a mio avviso, si pone su un altro piano. Come abbiamo visto, con gli atomi si apprende in modo sequenziale, con i bit invece, data la loro natura ricompositiva, il sapere si acquisisce per via simultanea. La scuola è ancora troppo “atomica” e rischia di de-sintonizzarsi con gli studenti cresciuti a bit e big-mac. Le aule informatiche sono ancora molto poche e, anche laddove esistono, sono spesso sotto-utilizzate. É paradossale che (quando va bene) si facciano due ore di informatica alla settimana, quando gli studenti “vivono e apprendono” in digitale per almeno una quindicina di ore al giorno. Una scuola senza computer è come una biblioteca senza libri. Si può sopravvivere ugualmente, ma in entrambi i casi non si capisce cosa ci si deve andare a fare. Visite: 857 Commenti (1)
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Davide Pedrelli
said:
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... Ricordo la mia prova scritta in elettronica industriale all'esame di maturità. Correva l'anno 1987 e il manuale di elettronica della Hoepli era stato dichiarato valido per la consultazione: un volume alto 10 cm. e dal costo di £.65.000 (una cifra tutt'altro che modesta). Bene. Tutti quanti noi ci eravamo attrezzati riportando a penna all'interno del volume tutta una serie diciamo di informazioni extra manuale, se non ché, viene il giorno dell'esame e una disposizione della commissione vieta, seduta stante, l'uso dell'hoepli. Panico. Come è finita? Beh, credo di averlo ancora quel manuale su in soffitta: nuovo, mai aperto, perfetto, se non per due o tre pagine strappate frettolosamente che mancano all'appello! |
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