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Lun

12

Mag

2008

Divagazioni fra memoria, scuola e computer PDF Stampa E-mail
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Scritto da Sergio   

Nella scuola dei miei tempi non c'erano i computer. Il primo strumento info-tecnologico che ebbi fra le mani fu una Texas Instruments TI-1250, una calcolatrice con display rosso a otto cifre, una bomba!

Poi arrivarono in sequenza il Vic20, il Commodore 64 e i primi processori a 16 bit con frequenza di clock pari a 4.77 MHz. Per l'epoca sembrava di volare!

Il sistema operativo era il DOS (MS-DOS, più esattamente) e si faceva tutto da riga di comando. Il nostro linguaggio era fatto di abbreviazioni come “dir”, “ren”, “rmdir”, “chkdsk”. Gli sms erano ancora lontani a venire, ma chi ci sentiva parlare faceva le stesse facce che oggi abbiamo noi di fronte ad un messaggino pieno di “xò”, “nn”, “cmq”. In questo senso, le nuove generazioni ci somigliano. Perlomeno nella ricerca di una “zona franca” da cui tenere fuori gli adulti e un sistema di relazioni sociali insensibile alla “mutazione” che a noi (e, oggi, a loro) appariva ovvia. Lasciamo questi pensieri a voce alta per un'altra occasione, torniamo al tema.

Complice la tecnologia emergente e la sua limitata diffusione nel mercato consumer, non ci si faceva particolari problemi a copiare tutto il (poco) software a disposizione. Addirittura, nei (pochi) negozi di computer ci si poteva anche fare le copie da soli, una sorta di self-service per pirati. In sostanza, il costo era rappresentato esclusivamente dalla “scatola” (il pc) e non dalle “scarpe” (il software).

Poi i computer si diffusero repentinamente negli uffici, nelle case e, dopo molto tempo, anche nelle scuole. É successo tutto molto rapidamente, tanto che Kenneth Olsen, presidente della Digital Equipment (una delle prime grandi "firme" dell’informatica), nel 1977 sosteneva pensosamente: "Io credo che al mondo ci sia mercato per non più di cinque computer".

Ovviamente, si sbagliava clamorosamente, ma non si può negare come la crescita fulminea dell'alfabetizzazione informatica abbia lasciato poco tempo per “curare i difetti” di quando i computer erano pochi e per pochi.

Nonostante le leggi anti-pirateria e l'aumento dei controlli sui pc usati nelle istituzioni pubbliche e, in qualche caso, nelle abitazioni domestiche, si è continuato allegramente a copiare programmi e sistemi operativi (in particolare uno, Microsoft Windows).

A questo punto, si impongono due considerazioni.
La prima. Microsoft detiene una quota di mercato pari al 85,76% (Xp e Vista, stima Net Applications – maggio 2007). Si tratta, sostanzialmente, di una posizione da monopolista, o giù di lì. A prima “Vista” (è proprio il caso di dire!), la pirateria informatica determina sì un danno economico ad uno degli uomini più ricchi del pianeta (Bill Gates è “solo” terzo, dietro a Warren Buffett e Carlos Slim Helù), ma gli consente anche di mantenere una posizione dominante nel mercato dei pc. I computer vengono venduti già con Windows installato.

Questo stato di cose, oltre a far pensare che il sistema operativo sia gratis (e invece si paga sul costo complessivo della macchina!), ancora oggi incrementa la convinzione che Windows sia sinonimo di computer. Diciamo che, nella maggior parte dei casi, il sistema operativo (Windows) è già incluso nei nuovi pc come un qualcosa di “dovuto”, altrimenti la “scatola non funziona”. Bene. Ma cosa ce ne facciamo solo del sistema operativo? Risposta: niente o poco più di niente. Ci serve altro software per scrivere, disegnare, giocare. Programmi costosi che, per uso domestico (e a volte non solo in questo ambito), quasi nessuno compra, ma usa!

Veniamo ora alla seconda considerazione, quella che ci interessa di più. L'evoluzione informatica cominciata con la nostra piccola calcolatrice, ha determinato, giustamente, il crescente utilizzo dei computer in tutti i settori, compreso quello scolastico. A onor del vero, i calcolatori sono arrivati con forte ritardo nelle aule informatiche (che, va detto, sono ancora un miraggio per numerosi istituti italiani!). Tralasciando, per ora, l'effettivo utilizzo dei sistemi informatici nell'insegnamento, cerchiamo di fare il punto sul cosiddetto stato dell'arte nell'informatizzazione scolastica. Tenuto conto che per la formazione professionale il computer può essere paragonato alla penna o, in senso più esteso, al saper scrivere e leggere, è del tutto evidente che il suo insegnamento deve essere equiparato alle altre materie di studio.

Fino qui nulla di nuovo, ma alle istituzioni scolastiche, per le considerazioni svolte precedentemente, deve apparire anche “ovvia” l'adozione acritica di sistemi basati esclusivamente su piattaforma Windows. Se, come dovrebbe essere scontato, uno studente volesse “comunicare” con gli stessi formati usati in classe, si vedrebbe costretto chiedere alla propria famiglia un ulteriore sacrificio. Ecco allora che, dopo la spesa per il computer (rigorosamente equipaggiato con Windows), bisogna aggiungere un ulteriore costo per i programmi utilizzati a scuola. Nessuna paura! Il bilancio famigliare è salvo. I programmi, magia delle magie, si possono avere gratis... basta copiarli! Con buona pace di tutti.

Se le future classi dirigenti si formano in questo tipo di scuola, allora è lecito anche chiedersi che concezione possono maturare su temi come la legalità e l'etica dei comportamenti. Perché, se non è ancora chiaro, copiare un programma protetto significa rubare una cosa che è costata a qualcun altro tempo e fatica. Per essere più espliciti, gli rubiamo il suo lavoro.

Se la scuola deve essere il tempio dei valori, il luogo dove si insegna a rispettare gli altri, lo spazio in cui si imparano concetti come libertà e conoscenza, può permettere che avvenga tutto ciò?

Io dico di no. Non perché ce l'ho con Windows (ci siamo passati tutti!), ma per la convinzione che il sapere debba essere accessibile e libero, indipendentemente dal fatto che si sia sufficientemente ricchi da potersi comprare licenze d'uso costosissime o ci si debba trasformare addirittura in ladri per potersele permettere.

Ma l'alternativa esiste. È il software libero che, oltre a non costare nulla, rappresenta un insegnamento di vita: “io sono ciò che sono per merito di ciò che siamo tutti” (Ubuntu). Proprio perché, in un sistema continuo di interscambio delle conoscenze, si cresce con la cultura del dare agli altri. Potrebbe essere un mondo migliore. Non solo per chi batte sui tasti di un computer.

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