Mar 27 Set 2011 |
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Inutile nasconderlo, le grandi “trovate” che spopolano su internet (e fanno fare soldi a palate ai relativi “inventori”) hanno un fascino cui è difficile sottrarsi. Ormai, i garage di Bill Gates e Steve Jobs sono diventati un Eldorado immaginifico, ricco di leggende e di innumerevoli tentativi di emulazione.Ragazzotti venuti dal nulla che, in quattro e quattr'otto, hanno messo in piedi imperi plurimilionari e, per il loro stile smart, oggi vengono esaltati anche come precursori di modelli di produzione moderni, leggeri, avvincenti. Orari di lavoro esclusivamente flessibili e spazi di relax aziendali in cui è vietato parlare di dipendenti, piuttosto di collaboratori animati dalla medesima passione dei capi. “Si vince tutti insieme”, sembra sentire echeggiare nei corridoi di Google.
Poi, qualcuno alza il tappeto e scopre la sospettosa brillantezza di un pavimento troppo lucido e irrealisticamente impeccabile. Già ci aveva messo in guardia Naomi Klein con il suo No Logo, ma noi, spavaldamente ottimisti circa la “rivoluzione digitale”, continuavamo a pensare che lo sfruttamento di un uomo su un altro uomo riguardasse solo la “merce analogica”. Il digitale è leggero per definizione, la merce è polverizzata nei bit e non puzza di fonderia. Non avevamo fatto i conti con lo sfondo economico in cui tutta questa trasformazione è avvenuta: il capitalismo.
Cambiano i mezzi di produzione, ma rimangono inalterati i vetusti rapporti di lavoro. In una parola, la santificazione del massimo profitto non fa differenza fra un'APP e una chiave inglese.
Così si viene a sapere che un colosso come Amazon, che ha sbaragliato qualsiasi concorrente nelle vendite online, ottiene queste performance al prezzo di condizioni di lavoro disumane. “Un meccanismo che uccide mentalmente e fisicamente”, come emerge dall'agghiacciante inchiesta pubblicata dal New York Times.
Jeffrey Preston "Jeff" Bezos, il padre-padrone di Amazon, è convinto che stia iniziando il secondo rinascimento di internet e che la sua sia di fatto una missione. Tanto da azzardare, e dire, che anche Gutenberg “avrebbe capito” il passaggio epocale dal libro di carta a quello elettronico. Un profeta? Forse. Per ora ci piace immaginarlo per quello che è: un imprenditore senza scrupoli nei cui magazzini la gente lavora e crepa, senza diritti e garanzie.
Ma di questi “fenomeni”, ammirati per il loro “mi sono fatto da solo”, in giro per il mondo ce ne sono a dozzine. Hanno semplicemente re-interpretato in chiave moderna la strafottenza del padrone di antica memoria. Quello della rivoluzione industriale, secondo una divisione di classe in cui lo schiavo ha solo cambiato nome.
Sono i proletari del terzo millennio che anche il nostrano Marchionne vuole precari a vita e senza tutele. Così, nella globalizzazione dei bulloni, appare addirittura banale per lo svizzero della Fiat aprire, chiudere e spostare aziende come fossero carrarmatini del Risiko, senza interessarsi minimamente di chi vive solo di catena di montaggio e, al tempo stesso, gli consente di vantarsi del prestigioso “Made in Italy”.
In questi giorni è stato inaugurato a Bologna il più grande Apple Store d'Italia. Dalle cronache si capisce subito che non si è trattato della solita apertura di una qualsiasi attività commerciale. Lo scenario è noto: ragazzini (e non) in fila per tutta la notte, commenti estasiati sullo style della Mela, venerazione delle ultime novità made in Cupertino, come idoli di una religione potentissima e inclusiva di ogni possibile ragionamento.
Forse, al di là di ogni divagazione rispetto la natura nerd degli inaugurandi, vale il principio concettuale della merce e, più specificatamente, della marca.
C'è un'idea morbosa, se non addirittura feticistica, nel bramare il possesso di un iQualchecosa. Un desiderio che va oltre la stessa tecnologia, per approdare a ciò che Marx spiegava attraverso le relazioni sociali mimetizzate dai rapporti fra le cose. Certo, il prodotto appaga, ma ancora di più è l'appartenenza al circolo esclusivo dell'Apple Community che fa di un iCoso (a scelta) l'elemento distintivo degli eletti.
Tutto luccica di bagliori bianchi e satinati. Un paradiso modello Lavazza, con molta crema e parecchio gusto. Fino a quando non rimane che il fondo, e la sorpresa non è delle migliori.
Sembrano racconti usciti dalla penna di Douglas Adams, invece la Foxconn (multinazionale cinese che assembla gli iCosi per conto di Apple), per impedire il gesto estremo dei dipendenti (la parola schiavi, sarebbe più politically correct) ha installato nelle proprie fabbriche delle vere e proprie reti anti-suicidio. Difficile pensare che i lavoratori si gettino nel vuoto per effetto della sublime contentezza di aver messo insieme i pezzi di un iPhone!
Dunque, la merce come catalizzatore di relazioni fra le persone. Sostanzialmente, una non-merce. Più che altro, un girotondo di scambi sociali sempre più vorticoso, al fine di allontanare l'idea che il lavoro abbia un qualche valore. In questo modo, l'iPad non vale in quanto include la cristallizzazione del lavoro impiegato per realizzarlo (evitando, in tal modo, l'imbarazzante ammissione dello sfruttamento umano nelle aree più povere del pianeta), ma in quanto oggetto di interazione sociale.
Alla fine dei conti, fare profitto con il silicio o con gli OGM poco cambia. Alla base c'è sempre un sistema di sfruttamento barbaro e per niente cool.
Una dimensione ancora più chiara del plusvalore in senso marxiano, la riscontriamo nell'ammiraglia dei social network. Non occorre scomodare la Scuola di Francoforte per affermare come Facebook, in tutto e per tutto, rappresenti una gigantesca istanza di lavoro non pagato.
Facciamo due calcoli. Facebook “si nutre” (e acquista valore) con i contenuti inseriti dagli utenti. Tutto vale per il marketing: dai fatti privati alle analisi pseudo-politiche. Di fatto, Facebook, oltre ai dipendenti ufficiali, può contare su un'organizzazione di 700 milioni di lavoratori. Un apparato che produce ricchezza continuamente, senza sosta e in tutto il mondo. Marx definiva tutto questo con il nome di plusvalore, cioè il lavoro sottopagato o, come nella fattispecie, non pagato affatto, che si trasforma in indebita ricchezza del padrone. Nella specifico, il signor Mark Zuckerberg.
Cambiano i mezzi di produzione, non si scalfisce il presupposto esistenziale del capitalismo. Un profitto che gronda sangue, che sfrutta intere masse di lavoratori, delocalizzando la produzione laddove la convenienza imprenditoriale fa sempre rima con la mancanza assoluta di diritti.
Sotto la superficie imbellettata della merce c'è il cadavere putrescente di un sistema che non regge più a sé stesso. Il mondo è tondo e, per definizione, finito. Cosa succederà quando non ci sarà più un posto dove i poveri sono più poveri di quelli che li hanno preceduti? Quando le istanze di libertà si faranno rivendicazione di classe? Quando il 20% del pianeta dovrà seriamente fare i conti con la propria sostenibilità e, soprattutto, con la giusta rivendicazione del restante 80% che fin qui ci ha garantito il nostro apparente benessere?
L'odore nauseabondo è quello che si sprigiona dai brevetti e dai diritti d'autore su ciò che non esiste: la proprietà intellettuale. Il sapere nasce come sedimentazione progressiva della conoscenza, dalla messa in comune delle scoperte, dal miglioramento che scaturisce dallo scambio collettivo fra le menti. Sfido chiunque a dire chi sia il vero e unico inventore di un dispositivo basato sulla ruota.
La questione è solo marginalmente accademica. A giocare con la vita delle persone non sono solo le multinazionali del farmaco che brevettano e lucrano sui principi attivi, ma anche i colossi del software e dell'hardware proprietari: milioni di righe di codice chiuso e impenetrabile entro cui viene trattenuta la conoscenza. Anche quella che fa andare un defibrillatore o un pacemaker. Per altro verso, i sistemi open source, basati sulla condivisione senza segreti, danno la misura più autentica del progresso che, come ci ricorda Henry Ford, è tale solo quando i vantaggi sono per tutti.
Invece, i “padroni del mondo” (business men e potere politico unicamente asservito al proprio costosissimo auto-mantenimento) vorrebbero la sola vera istanza di libertà, controllata e imbavagliata. Cioè, internet come una rete, nel vero senso del termine, e noi i pesci intrappolati dentro, pronti ad abboccare, pur di sopravvivere, a qualsiasi cosa.
Internet fa paura perché è la quintessenza del sapere libero e distribuito. Dove tutto si scopre e le malefatte vengono a galla nel tempo di un respiro. Dalla rete, per noi intesa come intelligenza multi-reticolare, può partire quella rivoluzione pacifica e culturale che farà implodere il profitto di pochi, ottenuto attraverso lo sfruttamento di tanti.
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