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Mer

10

Ago

2011

La realtà del virtuale
UIELinux Blog - Quattro chiacchere in libertà
Scritto da Sergio Gridelli   

Si comincia con il discutere su che cos'è la mente, cioè in particolare la connessione cervello-corpo, sul significato dell'anima e sul suo rapporto con la materia, e inevitabilmente si finisce per parlare di computer. O meglio, di quanta intelligenza ci può essere dentro una lastrina di silicio.

Il dibattito non è nuovo. Già Leibniz e Pascal si chiedevano se “una macchina fosse capace di pensare”, ma anche loro si sono dovuti arrendere di fronte al grande limite: la coscienza.
 
Avere coscienza di qualcosa non significa porsi con un "semplice” approccio intelligente alle faccende che ci circondano. Si tratta di cum-scire ("sapere insieme"), cioè una sorta di interpretazione simultanea in chiave filosofica, etica, neurologica, psicologica.
 
Più agevole, perlomeno in una prospettiva di analisi comparativa delle prestazioni uomo-macchina, è il versante dell'intelligenza. A partire dal latino inter-legere, ovvero la capacità di scegliere fra due opzioni. Una scelta in qualche modo di tipo binario e, pertanto, prodromica all'impianto sul quale si reggono le tecnologie informatiche.
 
Allargando il concetto si possono trovare altre analogie fra il linguaggio naturale e quello dei computer. Infatti, se riflettiamo sul concetto di digitale scopriamo come la nostra lingua si ponga già dal suo nascere in un rapporto dialettico con le sequenze binarie. Soprattutto per quanto attiene agli esiti cognitivi.
 
Con le parole possiamo “rappresentare” cose materiali o immateriali, presenti o remote, vere o false. Allo stesso modo, con il “numerico” computazionale non abbiamo difficoltà a (ri)costruire un'infinita varietà di contesti. In sostanza, il linguaggio si presenta come la prima vera esperienza digitale della nostra storia evolutiva.
 
È evidente come da queste valutazioni rimangano sullo sfondo gli aspetti meramente tecnologici, come pure l'interazione e l'usabilità. Tuttavia, ciò che mi interessa indagare è il concetto di scelta-click, vale a dire se esiste una similitudine fra lo stare davanti ad un computer e un qualsiasi altro mammifero inferiore che preme una leva per ottenere del cibo. Ma, soprattutto, capire se il nostro sistema rappresentazionale si sia trasformato nel passaggio da una realtà vera ad una sintetica.
 
Non si tratta, come potrebbe apparire, di una sorta di articolata banalizzazione. Penso piuttosto a come i cosiddetti nuovi media abbiamo “solo” portato in superficie ciò che è sempre esistito. Più che un cambiamento di paradigma relazionale, mi pare ci siano state un'accelerazione e un'espansione di peculiarità umane, da sempre incastonate nella nostra elica del DNA.
 
Del resto, anche le nostre interazioni con un qualsiasi motore di ricerca ci portano a desiderare una risposta in qualche modo già attesa nella nostra mente.
 
Ed è proprio il meccanismo della scelta (concettualmente inalterato nella sua dimensione analogica e digitale) a svelarci questa nuova ipotesi. Tanto più che se posti di fronte ad un nuovo “oggetto” info-computazionale (computer, tablet, smartphone, game console, etc.) chiediamo “come funziona?”, prima ancora (o forse mai) di “a cosa serve?”. Quindi, ancora una volta, il percorso decisionale (“cosa devo fare?”) è prioritario rispetto allo scopo (“cosa succederà?”).
 
Per altra via, il linguaggio, molto prima del personal computer, aveva di fatto già dematerializzato il mondo. Da un punto di vista squisitamente scientifico, per virtualizzare la materia occorre che questa sia fatta di sostanza, che abbia cioè un costrutto fisico tangibile.
 
Se da un lato il pensiero (per sua natura immateriale) ha trovato una sua realtà immediata nel linguaggio e, per mezzo di questo, ha permesso di creare situazioni materialmente inesistenti, dall'altro, l'espansione digitale ha consentito di fare esperienze di cose sì immateriali, ma soggettivate come vere e “tangibili” nella mente di ognuno.
 
Siamo oltre l'invenzione della prospettiva rinascimentale, il virtuale così come inoculato dal digitale appartiene alla scienza ottica del XVIII secolo. È l'immagine riflessa di un oggetto, non è l'oggetto in sé, ma viene percepito come tale.
 
Per restare nell'ambito informatico, la memoria virtuale dei computer (introdotta per la prima volta da IBM) dimostra peraltro che non si sta parlando di una finzione, ma di un qualcosa di molto reale, forse più che reale. Ciò proprio perché va a potenziare (realtà arricchita?) le capacità di memorizzazione della cosiddetta memoria “fisica”.
 
Ecco il punto. Le nuove tecnologie info-comunicazionali, più che sancire definitivamente l'esistenza di una dimensione virtuale, hanno fatto comprendere il limite invalicabile operato dal nostro sistema nervoso. La realtà (reale o virtuale) è sempre una rappresentazione neuronale.
 
L'aveva già capito (senza computer) Schopenhauer, più di un secolo e mezzo fa. Non esistono né la terra, né il sole. Esistono una mano che tocca la terra e un occhio che vede il sole. In definitiva, la realtà è sempre una ricostruzione soggettiva rivelata attraverso i cinque sensi e, pertanto, è sempre un processo di comunicazione.
 
A questo punto, poco importa se la mia esperienza cognitiva la faccio con un albero in cui scorre della vera clorofilla, o con una pagina web nella quale è raffigurato un bosco. Alla fine, avrò sempre il prodotto di una rappresentazione e di una re-interpretazione del tutto, e in tutto, soggettive.
 
In conclusione, la “paura” di un mondo prossimo venturo esclusivamente sintetico, mi sembra fuori luogo o, comunque, teoricamente “abbondante”.
 
La capacità della specie umana di immaginare, di viaggiare stando ferma, di vedere oltre la superficie delle cose, di fare esperienze con mondi inesistenti, è sempre stata una delle caratteristiche che l'ha differenziata dal resto del regno animale.
 
Quindi, un mondo simbolico. Sempre in bilico fra nuovi universi da scoprire e antiche rappresentazioni verosimili del reale.

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