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Lun

25

Lug

2011

Le parole, da Gutenberg a Zuckerberg
UIELinux Blog - Quattro chiacchere in libertà
Scritto da Sergio Gridelli   

Mi fa sempre un certo effetto dire che lavoro con le parole. Soprattutto di questi tempi, dove sembra che tutto comunichi per immagini, lasciando alle parole gli aspetti più residuali. D'altro canto, non è invenzione di oggi il proclama che “un'immagine vale più di mille parole”.

Tuttavia, anche nell'epoca della simultaneità e della multimedialità, le parole continuano a essere la portante dei significati e del senso, anche operativo, di qualsiasi messaggio. Gli SMS e le e-mail (comprese le loro appendici iconiche fatte di faccine costruite con la punteggiatura), i blog, i social media, stanno a dimostrare una specie di rivincita della scrittura su tutti quei mezzi che invece l'avevano dichiarata, troppo frettolosamente, già decotta.

Da quasi sei secoli le parole godono di ampi diritti di circolazione. Da quando la Bibbia a 42 linee è stata impressa nella tipografia di Johann Gutenberg, le parole di carta hanno cominciato a viaggiare a più non posso.

Per molti versi, da quel momento anche il pensiero orale ha dovuto fare i conti con un'organizzazione, per così dire, strutturata del linguaggio. E anche la lingua parlata ne è stata influenzata nella sua forma espositiva quotidiana.
 
Invece, quale effetto hanno avuto le parole sul web? Sul “nuovo” medium sopravvive ancora un approccio di lettura tipico del libro?
 
Una risposta tranciante l'aveva data Jakob Nielsen già quindici anni fa. Semplicemente, sul web le parole non vengono lette o, meglio, si assiste piuttosto ad una “esplorazione” attraverso punti cardine, opportunamente messi in evidenza. Per essere più “scientifici”, potremmo usare la definizione di “segnali testuali”. Del resto, e anche qui da tempo, sono note le osservazioni circa il movimento degli occhi all'interno di una pagina e l'importanza degli spazi bianchi. Anche quest'ultimi, veri e propri elementi di comunicazione. In sostanza, più spazi bianchi uguale a più attenzione alle informazioni presenti. Come dire, la scarsità fa apprezzare maggiormente quello che c'è o, se si preferisce, all'opposto più informazione equivale ad una minore comunicazione.
 
A questo punto, pare addirittura bizzarro notare come il web abbia in fondo recuperato parole desuete o, comunque, attribuito ulteriori significati a termini utilizzati per indicare altro.
 
È il caso, ad esempio, del lemma sito che prima dell'era internet veniva usato quasi esclusivamente per indicare un'area archeologica. Ed è ancora più singolare che lo stesso termine oggi venga usato per definire situazioni fra loro distanti millenni. Fra l'altro l'una analogica, l'altra digitale.
 
Stesso discorso, anche se meno irrituale, è l'espressione di pagine web, come a stabilire una continuità con quelle di carta di un libro o di un giornale. Tuttavia, la “finzione” della similitudine viene subito smascherata dal fatto che le “pagine” della rete possono risiedere “fisicamente” in luoghi anche molto lontani tra loro e, in qualche modo, le percepiamo “vicine” solo grazie ai provvidenziali link.
 
Non da meno, un'espressione come navigazione ha fatto per secoli riferimento alla mobilità nei mari o nei fiumi e, da poco più di cent'anni, nei cieli. Anche in questo caso, la “forzatura” tesa ad esprimere le traiettorie digitali, si disinteressa completamente di una distorsione sostanziale. In mare, a differenza del web, i gradi di movimento sono infiniti, sebbene in un contesto ambientale finito. Non è cosi nei “percorsi” reticolari dei link che, per quanto numerosi, rimangono pur sempre quantificabili.
 
Nel caso del concetto di portale, addirittura i significati si intrecciano a spinte valoriali più ambiziose. Il portale medievale non è “banalmente” una porta e non ha la sola funzione di precludere l'accesso ad un varco. Il portale è un qualcosa che comunica intrinsecamente, oltre alla funzione fisica c'è il limpido disegno di una celebrazione. Non a caso il portale del web vuole distinguersi dal “semplice sito” che lo vede più come una specie di “infisso”, tutto sommato anonimo.
 
In questo senso, lo smarcamento del sito trova nuove declinazioni nell'adozione rappresentativa della “vetrina”. I cosiddetti siti vetrina cercano di mutuare dalla vita reale il mantenimento della promessa. Se entro in un negozio, mi aspetto la perfetta corrispondenza tra i prezzi esposti, per l'appunto in vetrina, e la somma da pagare per un determinato prodotto.
 
Resta poi stupefacente il ritorno al testo puro nei menu di navigazione del web. Soprattutto in un contesto tecnologico che ha messo a disposizione maggiori velocità e performance grafiche nemmeno lontanamente paragonabili a quelle degli albori della rete.
 
Quando si andava a 56k, paradossalmente, c'erano più presenze iconografiche che adesso. Dopo la casetta della home, la bustina della mail, la lente di ingrandimento per le ricerche e il deprimente cartello dei lavori in corso, nei siti di nuova concezione si è ritornati ancora una volta alle parole. La dimostrazione che la leggerezza non è legata, giocoforza, solo ai limiti della tecnologia.
 
Fermo restando ancora molti “residuati”, ormai privi di qualsiasi funzione comunicativa (il “clicca qui” e il blink), è probabile che anche il web non sia passato indenne dall'aurea metaforica che accompagna l'evoluzione di ogni nuovo media. Peraltro, si tenga conto che il libro di carta ha impiegato circa tre secoli per raggiungere la forma usabile che conosciamo oggi.
 
Corro senz'altro il rischio di ripetermi, ma sono convinto che la possibile transizione verso un'inedita “maturità lessicale” del web vada riconosciuta ai social media. In queste “piazze digitali” la descrizione lascia quasi sempre il posto alla narrazione e le sequenze formali ai racconti di vita.
 
Qualcuno potrà obiettare che si tratta solo di frammenti pochi significativi e non importanti nel rutilante mosaico delle parole. Al netto delle espressioni spurie, tipo “mi sono alzato” o “oggi non c'è il sole” (magari, fra qualche secolo, i sociologi coglieranno in questo tutto il disagio di raccontare in qualche modo il “male di vivere”), la maggior parte dei post hanno la struttura della poesia: ne mutuano il ritmo, ne rilanciano la musicalità.
 
Mi incuriosisce “quello che c'è dietro”. Mi attraggono gli aspetti interiori o quelli che mi immagino esserci dentro, i sensi sottili che spesso fanno da contraltare alla pesantezza di situazioni in faticosa trasformazione. È per questo che quando leggo un commento secco ed asciutto come “reset”, non posso fare a meno di pensare ai miliardi di parole contenute in quelle cinque lettere.

Commenti (1)add comment

Marco Sgarzi said:

...
Articolo bellissimo come sempre...
Che il suffisso "berg" sia l'indicativo delle grandi invenzioni?
Gutemberg, Lindbergh, Zuckerberg...
27 luglio 2011

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