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Gio

23

Giu

2011

La tecnologia ci invecchia
UIELinux Blog - Quattro chiacchere in libertà
Scritto da Sergio Gridelli   

A chi mi chiede perché non ho un profilo su Facebook, taglio corto rispondendo che sono “troppo anziano” per queste cose. Mescolando una dose di ironia alla realtà dei fatti, esco dall'impasse di dover sopportare interminabili dispute su “ma come? ci sono tutti!” e “a cosa serve un computer se non sei su Faccia Libro?”.

Mark Zuckerberg ha creato il più grande social network del pianeta ad appena vent'anni. Quando avevo la sua età, telefonavo con i gettoni SIP, inviavo “mail” fatte da una lettera e una busta su cui incollavo un francobollo, riempivo album di fotografie che svelavano il risultato positivo di una pellicola negativa. 
 
È stata la sfortuna (o fortuna) di nascere in un mondo completamente analogico. Una condizione che, nonostante la melassa digitale l'abbia quasi completamente fagocitata, fatica a comprendere l'esposizione pubblica (per non dire addirittura globale) di pensieri e commenti che un tempo conservavamo gelosamente in diari rigorosamente segreti.
 
È bastata una generazione per sovvertire il senso di un “valore” come la privacy. Ciò che nessuno appiccicherebbe nemmeno sulla bacheca del proprio condominio, viene disseminato nella rete con compiaciuta nonchalance. Per non parlare della sequela di “ho bevuto il caffellatte”, subito apprezzata da qualche decina di “mi piace”. La mattina faccio colazione con caffè macchiato e brioche, senza peraltro farlo sapere al mondo intero. Devo essere proprio anziano!
 
Le teorie dell'età evolutiva, da tempo hanno suggerito la risposta. I bambini (nel nostro caso i nativi digitali) assimilano l'ambiente che li circonda (ancora una volta, il mondo digitale) e lo “aggiustano” nei loro schemi cognitivi. In sostanza, per loro la tecnologia digitale è un prodotto della natura. Qualcosa che è sempre esistito, come gli alberi o i sassi.
 
Per fare un esempio, le giovani generazioni, cresciute a vitamine e bit, non sanno cosa farsene dei manuali a corredo dei prodotti tecnologici. Per loro è evidente che possono funzionare solo in quel modo. Né più né meno l'uso implicito che per noi (anziani) ha il cucchiaio della minestra.
 
Che la tecnologia, e in particolare quella informazionale, produca cambiamenti strutturali nella società è più che evidente. È già successo con la radio, la televisione e il telefono. Tutte le volte, allo “sbandamento” della generazione appena precedente, è succeduta una sua forzata accondiscendenza alla novità, sebbene quasi sempre accompagnata dalla critica “dove andremo a finire”.
 
Forse i social network, più che internet in quanto tale, disegnano una sorta di geografia generazionale della rete. Non tanto in termini di inclusione, ma come modalità di scambio delle informazioni. Una sorta di spartiacque fra chi ancora cerca di custodire la propria identità comunicazionale e gli altri, soprattutto giovani, che invece rendono sottilissima la demarcazione fra la sfera privata e quella pubblica. Una generazione che sembra volerci dire “non abbiamo nulla da nascondere e tanto meno niente di cui vergognarci”.
 
Probabilmente, la questione esula dalla non distinzione fra reale e virtuale. Ovvero, dall'uscire ed entrare in uno stesso posto e nello stesso tempo. Più che altro, il fatto di ignorare come era costituito il mondo prima del digitale, porta le giovani generazioni a confondere la duplicazione dei luoghi e a perdere il concetto fisico dell'ambiente. In sostanza, trovarsi davanti al computer nella propria cameretta gli dà una sensazione di “solitudine”, mista a un protagonismo del tipo “io esisto”. La differenza è che mentre noi per marcare la nostra identità ci schieravamo nei cortei e nelle manifestazioni, a loro è sufficiente riempire la form “A cosa stai pensando?”.
 
A questo punto, non ha nemmeno più senso chiedersi se è meglio o peggio. Semplicemente, è il progresso bellezza!
 
Fra qualche anno non ci saranno più le monete, e il denaro sarà solo elettronico. Qualcuno vedrà questa cosa con “naturalezza”, per altri si tratterà di un disastro epocale. In un caso o nell'altro, il mondo andrà avanti. E quelli nati con solo la carta di credito in mano, a loro volta, si scandalizzeranno di fronte alla prossima trasformazione tecno-sociale. In quell'istante si sentiranno appartanere ad un'altra generazione, se non addirittura ad un'altra epoca. Quindi, Facebook o non Facebook, c'è sempre la costante dell'invecchiamento anagrafico a stabilire i passaggi generazionali.
 
Partendo da questo presupposto mi viene da pensare che non siano tanto le tecnologie in quanto tali a “separare” le generazioni, piuttosto è l'effetto della nostra particolare combinazione genetica. Una struttura bio-psichica che mal sopporta il trascorrere del tempo e, di converso, il distacco fra un'età e l'altra.
 
In questo senso, il nuovo che avanza non ci fa paura poiché non lo comprendiamo, ma perché ci mette di fronte l'immagine inesorabile del nostro invecchiamento. Sentirsi “inadatti” alle trasformazioni non è una rinuncia a capirle (Facebook è molto “gettonato” nei centri sociali per anziani), ma la misura esatta dell'ineluttabile panta rei e di ciò che non può più ritornare.
 
La tecnologia scandisce le fasi della nostra esistenza. Ci ricordiamo dei nostri vent'anni quando ritroviamo casualmente il nostro Walkman sepolto in qualche cassetto dimenticato, ed è inevitabile prendere coscienza dei decenni trascorsi mentre ci infiliamo le cuffie dell'iPod.

           

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Commenti (1)add comment

Red/ said:

...
Interessante il tuo punto di vista ampiamente sviluppato. Bell' articolo.

Allora, anche io sono un po' vecchiotto, mi ricordo che durante l' estate mandavo le cartoline e si scriveva il più piccolo possibile in modo da riuscire a raccontare qualcosa in quel limitato spazio e magari ci si aggiungeva anche un disegninio, tipo un' onda, una tavola da surf, un' ombrellone...
Mi hai fatto tornare in mente quando i gettoni telefonici erano addirittura accettati come moneta contante all' inizio (un gettone = 200 lire). In seguito solo per telefonare. E le persone che andavano alle cabine telefoniche sip (un' altra era) tanto spesso si dimenticavano di premere il bottone del resto e se ogni tanto si passava durante la giornata a premere il pulsante di tutte le macchiette si rimediavano talvolta anche i soldi per comprare una coppetta di gelato della misura più piccola.

... ... e siamo arrivati a oggi! Io non sono iscritto a Facebook, perchè attualmente non ho bisogno di una vetrina per avere visibilità, so di tanta gente che lo usa in maniera demenziale, banale e già mi basta di non aderire.
Io penso che ci sia tanta gente che non ha nulla da comunicare, che non ha avuto la capacità di conoscere i propri interessi, di effettuare introspezione di sè, e da qui argomenti a livello del cappuccio.
Forse essendo in prevalenza i "molto giovani" ad essere i più avvantaggiati da queste nuove possibilità di comunicazione ne deriva che sono anche quelli che ne sono maggiormente esposti. Ma non credo nemmeno che i molto "più anziani" siano così meglio dei giovani nel senso che molta parte della generazione precedente (60-70 enni) ha investito troppo della propria vita sulla dimensione del lavoro e l' ha spesso utilizzato come alibi nei confronti di una personale carenza di curiosità, di voglia di sperimentare, di trovare qualcosa che gli piacesse tanto da spingerli a sgobbare per questa. Potevano dire che già avevano da pensare al lavoro, alla famiglia e poi che altro dovevano fare ancora...!
Ma poi ci parli a queste persone, che lo trovavano il tempo di rimbambirsi del varietà della tv, e mi sembra che poche di esse siano da conoscere, nella media. Ma usando meno la comunicazione virtuale sono meno esposte al pubblico giudizio. Però si può andare in bar dove si riuniscono questi meno giovani e dai discorsi che fanno ti cadono le braccia (almeno a me succede) come per quelli che su facebook raccontano del cappuccino.

Inoltre la solitudine, anche se si è immersi in un flusso di relazioni virtuali potezialmente molto vasto (ma tuttavia finito: nel senso che esiste comunque un limite, una soglia, al numero di contatti che si possono gestire) rimane un grande male di questa epoca, con persone poco salde mentalmente che non sanno stare da sole, che devono circondarsi di compagnia anche se questa non le soddisfa. E che non hano intesessi importanti, progetti, sport, ma di quelli veri in cui siano disposti ad impegnarsi per sè; e non solo a parlarne tanto per fare...


Quanto poi al fatto che per la media delle persone -non solo i giovanissimi- sia abbastanza scontato quello che esiste e le circonda, ci sarà da rendersi conto: dei limiti allo sviluppo, del fatto che si stanno già adesso consumando più risorse di quanto il pianeta non riesca a rigenerare, che il quinto più benestante degli abitanti del pianeta (le nazioni del primo mondo) consuma l' 80% delle ricchezze del pianeta, che tutto ciò non è sostenibile già adesso e tanto più con l' aumento demografico di nazioni i cui abitanti aspirano ad avere uno stile di vita al livello di quello degli abitanti delle nazioni occidetali. In conclusione, stanno "freschi" se danno per scontato ciò che li circonda!


Saluti, Red/.
23 giugno 2011

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