Ven 20 Mag 2011 |
|
Fino a ieri non avevo la benché minima idea di dove fosse Guam. A pensarci bene, per me questo nome poteva riferirsi a qualsiasi elemento, anche a “qualcosa” di non geografico. Invece, questa minuscola isoletta dell'Oceano Pacifico è improvvisamente diventata lo spartiacque fra il “vecchio mondo”, che discriminava ancora fra le pulsioni reali e quelle immaginarie, e il “nuovo mondo”, dove questa barriera pare si sia evaporata senza lasciare alcun precipitato apparente.La storia. Un ragazzo giapponese, tutto casa e videogames (un otaku nel vero senso del termine), si è talmente immedesimato in un gioco per Nintendo DS (per la cronaca, “Love Plus”) da innamorarsi perdutamente della protagonista, una certa Nene Anegasaki. Fin qui, a parte la stravaganza e la compulsione per il gioco, nulla di particolarmente strano. La faccenda, destinata a fare “giurisprudenza”, diventa invece “storica” quando il ragazzo in questione (nickname SAL9000) chiede di poter sposare la virtual-girl con la quale si era “fidanzato” già da qualche mese.
Non potendo convolare a “giuste” nozze in Giappone, il promesso sposo prende armi, bagagli e DS (of course) e arriva fresco fresco nell'isoletta oceanica dove, da quanto si apprende, pare ci si possa unire in matrimonio anche con un tostapane. E così, SAL9000 e la sua adorata Nene, sono diventati marito e moglie.
Per queste particolari “devianze”, la psicologia usa il termine di simbiosi. Cioè, l'impossibilità di discernere tra oggetto e soggetto. Due componenti cognitive ormai indistinguibili all'interno della medesima “vita in comune”, alla stregua di ciò che succede nel mondo animale e vegetale, dove un organismo costituisce l'habitat dell'altro.
Tuttavia, il mix umano e non-umano già da tempo si è imposto “naturalmente” nella nostra vita. Le protesi bio-meccaniche (dal pacemaker agli arti artificiali) e quelle chimiche (dai farmaci fisio-regolatori alle droghe) hanno di fatto generato un simbionte, a metà strada tra i sistemi viventi e quelli non-viventi, spesso fra loro indistinguibili. Si pensi, ad esempio, ai progressi della chirurgia plastica o, per altro verso, all'assoluta verosimiglianza con il loro corrispettivo biologico di molti impianti artificiali.
Il cambio di passo, esemplificato nell'epilogo del feeling “real and virtual” del ragazzino giapponese, va oltre. Disegna la frantumazione della frontiera fra le persone e le tecnologia. Non più solo macchine digitali che decostruiscono e manipolano il reale (informazioni e immagini), non più solo rimontaggi tecno-biologici dei corpi (protesi e plastica dei tessuti), ma anche un nuovo sincretismo fra intelligenze viventi e sintetiche.
Già le relazioni nei social media ci hanno abituato alla dissoluzione dei corpi, ma per quanto quelle identità siano adulterate, tutto rimane all'interno di elaborazioni basate sull'acetilcolina che scorre nelle sinapsi biologiche. Almeno, per adesso.
D'altra parte, per molto tempo sono esistite le macchine del corpo. Poi, sono arrivate quelle della mente, seguite dalle nuove “congiunzioni” corpo-mente.
Forse è sbagliato porre la questione solo in termini evolutivi. Al momento, appare più appropriato affidarsi all'etica o, meglio, ad una specie di neonata infoetica. E probabilmente non basta ancora, soprattutto se traguardiamo questi processi come il risultato di più device interconnessi fra loro, ai quali fa da sfondo l'intero universo dei media. Su questo piano, allora, è più giusto parlare di mediaetica.
Quindi, un'etica su base numerica. E se un tempo “l'inviolabile” era la casa degli dei, vale a dire quella Madre dell'Universo che secondo la lingua degli sherpa era rappresentata dall'inaccessibile vetta dell'Everest, oggi la “scalata al tempio” non richiede nemmeno più chiodi e scarponi. È sufficiente arrampicarsi a mani nude su sentieri sintetici, in compagnia di umanoidi digitali che, per qualche strana sintonizzazione del pensiero, si trovano ad interpretare la nostra necessità di altrove. Ora sappiamo che non è solo il tentativo di fuga dallo spazio reale sul quale si sono incurvati i secoli, ma un bisogno più intimo e passionale. Si cerca l'altro, o un altro noi, dentro più rassicuranti luoghi mentali che, forse, condividono con la “vera” realtà l'impossibilità di amare e, a volte, essere amati.
Allora, di fronte alla sublimazione delle emozioni si preferisce affidarsi a “colüi che sognando vede, che dopo ’l sogno la passione impressa rimane, e l’altro a la mente non riede”, come con insuperata maestria ci racconta Dante alla fine della sua Commedia. Ci rimane la sensazione piacevole di un'emozione, ma non siamo più in grado di dire se la fonte che l'ha causata era analogica o digitale.
Ormai è evidente, l'uomo info-tecnologico non è semplicemente la somma di un uomo e di una macchina. È di fatto un nuovo soggetto evolutivo in grado di mutare i suoi equilibri e le sue attese, sia nella sua veste di guastatore luddista del progresso che in quella più leggera di appassionato ludista.
In questa trasformazione che non rispamia nessuno, avverto tutto il pericolo di perdere la sensibilità e il tocco dell'epidermide di un altro nostro simile. Quella amorevole carezza cui il Sommo Poeta aveva imputato, con ineguagliata intuizione, le meccaniche celesti che fanno muovere “il sole e l'altre stelle”. Commenti (1)
![]()
matrix
said:
|
|
... Sergio ....... NON tutto è perduto io ankora ...... mi difendo .... tranquillo sara' il tuo miglior SOLDATO nella guerra tra byte e silicone e alla fine l' ultima Romagnola Puro sangue sara' nostra. |
Lascia la tua opinione
About
Community
Commenti
Tags
Utenti On-Line
68 visitatori online
Utenti : 170
Contenuti : 91
Link web : 58
Tot. visite contenuti : 196778
Contenuti : 91
Link web : 58
Tot. visite contenuti : 196778


Fino a ieri non avevo la benché minima idea di dove fosse


