Mar 15 Mar 2011 |
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Era la cosiddetta scuola del nozionismo. Quella dove le “cose” si dovevano imparare a memoria, anche acriticamente. L'importante era sapere qualcosa e, in tutta sincerità, poco importava se non si aveva la più pallida idea del significato di un aggettivo come “ermo”. In qualche modo “sapevamo” di un colle che stava da qualche parte.
Poi qualcuno, senza andare tanto per il sottile, ha decretato che imparare e ripetere a “pappagallo” rappresentava una teoria diseducativa e per nulla propedeutica all'apprendimento.
Anche in questo caso, come sempre, la misura giusta stava nel mezzo. Senza che gli studenti dei cicli obbligatori d'istruzione abbiano arricchito il loro bagaglio di sapere, oggi ci ritroviamo con stuoli di diplomati che vanno letteralmente in panico di fronte ad un banale sei per otto, senza parlare delle principali date storiche, dove i Fenici si mescolano al Risorgimento e la Rivoluzione Francese succede all'invenzione della radio.
Senza estremismi, sarebbe stato sufficiente guardare alla culla della nostra cultura. Quella Grecia Antica in cui la memoria aveva un ruolo primario nell'eloquio e, soprattutto, nel sapersi destreggiare efficacemente con le “armi” della retorica.
Quindi, quando apparvero le prime memorie extra-biologiche, il terreno era già pronto. Anzi, queste ultime furono il modo migliore per consacrare la completa diluizione della memoria neuronale, ormai classificata come un “peso” per il cervello che, finalmente, poteva dedicarsi a funzioni più “avanzate”.
La “santificazione” della RAM è finita sullo stesso piano delle altre estensioni tecno-evolutive del corpo umano: il bastone come prolungamento degli arti superiori e la ruota in luogo delle gambe. E comunque, in tutti i casi, la tecnologia (dalla più primitiva a quella con maggior contenuto intrinseco) ha generato, come conseguenza, fenomeni sociali rilevanti. Non siamo più gli stessi con o senza automobile, con o senza televisore, con o senza telefono cellulare.
Tuttavia, forse più di ogni altra “scoperta” che ha inciso sugli stili di vita, la delocalizzazione della memoria, dal cervello ai circuiti integrati, si intreccia con fenomeni molto complessi e di difficile previsione nei loro sviluppi futuri.
Partiamo da un dato. Per i nativi digitali il telefonino è, in buona sostanza, un “prodotto di natura” come una mela o una melanzana. Allo stesso modo, i numeri della rubrica del cellulare (anche quelli a cui sono affettivamente legati) sono la “memoria” in senso lato, un intreccio di neuroni extra-corporei dove risiedono i nodi e i collegamenti della loro rete di amicizie. Una “smemorizzazione” accidentale li rende improvvisamente nudi di fronte al mondo, senza “contatto”, perché il modo per entrare in connessione con gli altri (i loro numeri di telefono) non ha mai abitato le loro sinapsi.
Sul telefonino c'è un oceano di informazioni, compresa una facility come la calcolatrice che ci “salva” nel calcolo di una percentuale, ma rimane tutto in superficie e fuori dai nostri “magazzini naturali” di conservazione del pensiero. Nell'era pre-googliana il ricordo (e, per esteso, la memoria), rimandava ancora alla sua radice latina, dove la particella “cor” si traduceva nel “mettere qualcosa nel cuore”. Come a sostenere che la memoria non è un semplice artificio d'archivio, ma una cosa viva che, per l'appunto, entra in un rapporto osmotico con le emozioni. In questo senso, anche un “freddo” numero di telefono, imparato a memoria, fa sobbalzare il cuore se è quello di una persona cara cui teniamo molto.
Liricamente, potremmo dire che la memoria depositata nel silicio è una sorta di navigazione sul pelo dell'acqua, mentre il ricordo biologico assomiglia più ad una immersione in mare aperto, dove anche il solo trattenere il respiro fa riscoprire sé stessi in relazione all'ambiente esterno.
Dicevamo del telefonino o, in senso lato, del processo di “palmarizzazione” che ci ha messo in tasca quel computer che solo mezzo secolo fa per contenerlo era necessaria una stanza intera. In questo piccolissimo concentrato di tecnologia e “memoria hic et nunc” c'è il principio di molte nostre atrofizzazioni funzionali. Perché studiarsi il percorso di un viaggio sconosciuto, quando c'è il GPS integrato? Perché preoccuparsi della grammatica, quando c'è il “coniugatore istantaneo” dei verbi? Perché imparare le tabelline, quando la calcolatrice non sbaglia mai?
Lungi da me l'idea di demonizzare le memorie sintetiche, ma non posso non rilevare, con preoccupazione, l'incerta deriva sulla quale siamo seduti.
Per chiarire come gli effetti dell'ondata tecnologica abbiano segnato maggiormente le fasce più giovani di età, la Trinity College di Dublino ha valutato la “trasformazione generazionale” della memoria umana. Nel dettaglio, l'87% degli over cinquanta ricorda a memoria la data di compleanno di almeno tre suoi famigliari, mentre solo il 30% degli under trenta riesce nella stessa impresa, oltre a non ricordare il numero di telefono di casa propria. A tutto questo, vale la pena di aggiungere che il 10% delle persone fra i venti e i trentacinque anni soffre di disturbi della memoria.
John von Neumann, uno dei padri dell'informatica, ha stimato che durante una vita il cervello umano memorizza una quantità tale di ricordi paragonabile a circa 280 miliardi di miliardi di bit. Tutto questo con una bio-struttura costituita da 100 miliardi di neuroni che per funzionare efficacemente hanno bisogno di lavorare costantemente. La curiosità e la memoria creano nuove connessioni ed incrementano le capacità intellettive.
Come è ormai risaputo, il cervello va allenato, alla stregua di un muscolo. Tutti sappiamo la grande differenza che passa tra leggere un libro e studiarlo. Così come è ben presente la fatica “fisica” di riprendere gli studi a distanza di anni.
Il paradosso è che mentre c'è una grande attenzione per la “scolpitura” del fisico, ci disinteressiamo completamente del mantenimento in efficienza della nostra sostanza cerebrale. Sia ben chiaro, ciò avviene non per causa dei new media che, peraltro, assolvono a una funzione fondamentale in materia di apprendimento, ma in relazione al fatto che abbiamo finito per scambiare la tecnologia digitale come una forma di commodity della memoria.
La memoria non è un solo una questione di backup di numeri, di date, di istruzioni messe da qualche parte e richiamabili al bisogno, la memoria è soprattutto un collante che tiene insieme la nostra vita. Non è esattamente la stessa cosa collocare una data storica nella nostra linea del tempo rispetto alla sua apparizione su un display dopo una ricerca passata per vari tentativi, più o meno casuali. Infatti, fra la storia (non importa se collettiva o personale) e la memoria c'è un confronto continuo.
La memoria è intrecciata con il tempo, ne segue la direzione e, grazie alla sua potenza, è in grado di invertirne il senso. Solo grazie alla memoria possiamo verosimilmente riflettere su noi stessi, su quello che abbiamo fatto, su ciò che faremo. In fondo, anche la tabellina del sette o la data dell'Unità d'Italia, imparate a memoria, rendono più ricca ed efficace la nostra “cassetta degli attrezzi”.
Non è un caso se la mitologia greca indica Mnemosine come la sorella di Crono. Memoria e tempo insieme, due espressioni che condividono la medesima origine.
Ecco allora che ci appare una straordinaria costellazione universale, dove si ritrovano sullo stesso piano la memoria, il tempo, la mente e il corpo.
Il corpo è l'interfaccia fisica della mente. Ce ne accorgiamo quando le malattie degenerative, collegate alla perdita di memoria, prendono il sopravvento. In quel preciso momento non vengono solo a mancare i ricordi e il tempo, ma se ne va il significato stesso del sé e quindi il corpo stesso. La morale è che non si può vivere senza memoria e per quanto raffinate possono essere le sue protesi, non ci potrà mai essere un circuito elettronico che si dimentica la data del vostro anniversario di matrimonio e, arrossendo, chiede scusa.
Commenti (5)
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matrixold
said:
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... azzzzz sig. Sergio lei scrive proprio bene .... komplimenti ...... a te' la natura ha dato decisamente la "PENNA" io invece ho la condanna della "TERZA GAMBA" natura crudele. |
Lelio
said:
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... Bellissimo: per me che ho (quasi) un'età, che cerco sempre di fare moltiplicazioni, divisioni e percentuali a memoria, e che ricordo le date della Storia meglio di mia nipote (figlia di mia sorella, non pensar male!) che le studia oggi, questo articolo è una grande consolazione |
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