Squilla il campanello. Il pizzaboy, con un leggero ritardo di una decina di minuti, consegna la “cena” ordinata online. Inizia così una delle più classiche serate casalinghe nel tempo delle relazioni liquide.
Comodamente seduti sul divano, il rito gastronomico viene contestualizzato dentro una ragnatela mediatica sempre più densa. Il nostro programma televisivo preferito “rimbalza” nei social network che, contemporaneamente, commentiamo sull'iPad o sul netbook.
I media distorcono le dimensioni spaziali e temporali dello stylelife di ciascuno di noi. Salta l'aderenza fisica fra fruizione e luogo deputato a questo scopo e cambia anche la forma dell'intrattenimento “catodico”.
Le audience radiotelevisive non hanno più solo un peso “numerico”, ma interagiscono fra loro stesse, determinando nuovi significati e ulteriori traiettorie dei messaggi confezionati dentro i palinsesti. In una parola, i pubblici sono diventati “attivi” in real time. Su tutte le piattaforme “social”, va in scena una nuova era dei lumi. Lo spettatore esce dall'ombra e dice la sua in un confronto circolare che interessa più mezzi e persone.
Siamo oltre la “semplice” partecipazione televotante, anche se appare del tutto verosimile l'esistenza di un dibattito (in diretta) sui social network in grado di determinare “prese di posizione” per molti versi eterodirette.
Forse, non è azzardato affermare che ci troviamo in presenza di quella realtà arricchita spesso invocata solo per gli ambiti sintetici della sua riproducibilità virtuale. La fruizione “lineare e bidimensionale” si arricchisce di una nuova architettura tridimensionale. In sostanza, i social network “dilatano” il nostro divano e il salotto diventa all'improvviso globale. I commenti fra i componenti della famiglia sui contenuti propinati dalla scatola parlante sono solo una parte infinitesima del dibattito che corre sui bit.
È inevitabile, quindi, una trasformazione delle nostre strutture pensanti interessate dal consumo dei media.
Dopo la ribalta di nuove discipline, come la semantica delle interfacce web, il nuovo corso “impone” una maggiore attenzione rispetto alla “rapidità e immediatezza” di inserimento dei contenuti. Come dire, dopo che ci siamo occupati per molto (troppo?) tempo della bottiglia e della sua forma (anche in senso gestaltico) siamo passati a studiare il modo migliore per riempirla.
Nello specifico, la “essenzialità” di Twitter pare avere la meglio sul “lunapark” di Facebook. Il confronto sull'istantaneità del dibattito diventa perfino prevalente sulla “limitazione” dei 140 caratteri imposto dall'uccellino cinguettante.
E così, i vari fattori-x, i grandi fratelli, gli annizero e compagnia cantando, si strutturano cognitivamente anche su altre piazze digitali.
In un certo senso, si assiste alla rivincita dei contenuti in quanto tali, lasciando sullo sfondo un'estetica spesso totalizzante, se non addirittura presente sotto forma di mero intonaco digitale.
Mi sembra, ma posso sbagliare, che “l'ubriacatura” indotta dai web designers stia segnando il passo. Non che il bello non sia più di moda, ma avverto come il peso specifico si trovi più concentrato sul piatto di una larga strategia dei contenuti. Un ambito dove, complice il web 2.0, il “giornalismo dal basso” prevale sempre sull'estetica che, di volta in volta, si offre a confezionarlo.
Ricapitolando. Se possiamo definire in senso algoritmico la “superficie epidermica” di un sito web o di una piattaforma social, allora gli aspetti contenutistici (strutturati e/o inseriti “al volo”) si collocano nella sfera più prettamente euristica in cui, come abbiamo visto, l'approdo è inevitabilmente verso nuove forme di conoscenza.
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