UIE Meeting

giovedì 17 maggio ore 20,30 - Casa delle Associazioni

Home Blog Quattro chiacchere in libertà Le parole senza pensieri non vanno mai in cielo

Mer

29

Set

2010

Le parole senza pensieri non vanno mai in cielo
UIELinux Blog - Quattro chiacchere in libertà
Scritto da Sergio Gridelli   
English languageNel diluvio di parole che inondano la rete, forse c'è ancora spazio per una considerazione a margine sullo stato di salute della lingua scritta. Shakespeare, di certo, viveva in un'epoca ancora scevra dall'indigestione di informazioni, ma aveva già avvertito la portata semantica derivante dalla combinazione delle parole. 

Non voglio giungere a conclusioni affrettate e, per molti versi, nemmeno suffragate da dati oggettivi, tuttavia ho come l'impressione che le rete sia ormai ad un passo dal word overload. In sostanza, la supremazia dell'apprendimento simultaneo per via visiva su quello sequenziale, mediato dalle parole, mi pare abbia ridotto queste ultime ad un mero maquillage degli spazi vuoti. Quasi uno “stucco” interstiziale.
 
Sicuramente, le dinamiche di internet, prevalentemente improntate all'istantaneità, privilegiano fruizioni rapide e immediate. In questo senso, si spiega il successo delle infografiche sull'equivalente torrente di parole. La rete ha “surriscaldato” la comunicazione sotto le vampate del demone impazzito dell'istantaneità.
In passato, ogni grande rivoluzione tecnologica ha avuto il suo corrispettivo culturale. Dalla dimensione orale della comunicazione (unica modalità di “dialogo” fino a quel momento), si è passati all'invenzione (o scoperta?) della scrittura. Per secoli è stato prodotto un sapere manoscritto trasformatisi poi, quasi 5.000 anni dopo, in una conoscenza trasmessa tipograficamente.
 
Dalla stampa gutenberghiana ai nostri media elettronici sono trascorsi appena quattro secoli. Per dirla con Montale, il tempo si è come “sfarinato” e i nuovi strumenti di comunicazione hanno sempre avuto meno tempo a disposizione per decantarsi. Per esempio, la televisione ha impiegato solo trent'anni per trasformarsi in qualcos'altro grazie al legame tecnico con i lettori ottici.
 
Per internet, i confini sono tecnologicamente meno visibili. Dal web 1.0 al web 2.0 la differenza si è maggiormente cristallizzata sul versante esperienziale, piuttosto che su quello dei circuiti integrati. Forse, per la prima volta nella storia dei mass-media, si può parlare di “rivoluzione permanente”.
 
Se vediamo queste trasformazioni con gli occhiali delle parole, si può trarre già una prima valutazione. Un libro di carta di oggi è sostanzialmente identico ad uno del Cinquecento, ma non è così per tutti gli altri mezzi comunicativi. I supporti si sono trasformati sotto l'incalzare del “frullatore digitale”. Il vinile (a parte la collezione di qualche “nostalgico”) è stato distillato dentro i lettori MP3, la radio e la televisione sono sempre meno analogiche e sempre più digitali (terrestri e no).
 
Ancora una volta si conferma la predizione di McLuhan. Il medium è il messaggio stesso e, oggettivamente, è impensabile ritenere che non ci siano effetti sul senso e sull'uso delle parole. Ma anche sulla struttura stessa della lingua.
 
Già Platone metteva in guardia circa la “marginalizzazione” della memoria operata dalla parola scritta, invece in un'epoca come la nostra, in cui i messaggi viaggiano più veloci del messaggero, la “violenta” accelerazione nel trasporto delle informazioni “rompe” di fatto la stabilità idiomatica.
 
Almeno tre sono le cause di questa polverizzazione della comunicazione basata sulle parole.
 
In primo luogo l'ipertesto. I link indirizzano il lettore verso nuovi percorsi, superando la sequenzialità che per secoli è stata la portante fondamentale della conoscenza scritta. Una parola dopo l'altra e una frase di seguito alla precedente, cessano di essere il canone principale dell'apprendimento.
 
Le abbreviazioni. Il contagio provocato dalla “generazione del pollice”, avida di messaggini sempre più criptici (emoticons a parte), ha pervaso anche scritture “meno spontanee” e, teoricamente, più riflessive, come ad esempio le mail elettroniche. I xò, i x', i cmq, le innumerevoli varianti del TVB in tutte le sue declinazioni, sono una specie di assalto frontale al cuore della lingua. Per non parlare degli “odiosi” (mi assumo la piena responsabilità dell'affermazione) puntini di sospensione (spesso incolonnati in una lunghissima serie di “formichine”, in luogo dei classici tre, suggeriti dalla regola) che rinviano a qualcosa che deve essere interpretato nella mente del corrispondente.
 
Da ultimo, ma forse il fenomeno ha portate più devastanti dei precedenti, internet ha provocato nei fatti una vera e propria “occidentalizzazione” della lingua, peraltro in una sola direzione. Quella anglosassone.
 
L'inglese è la lingua di internet. E, per essere più spietati, è nelle conseguenze una vera e propria lingua killer che uccide per dissanguamento gran parte delle altre.
 
Attualmente, si valuta che nel mondo esistano dalle 5.000 alle 6.700 lingue. Entro questo secolo, ne spariranno almeno la metà. Si sa che una lingua che scompare non rappresenta solo un danno, per così dire, “grammaticale”, ma si traduce nella perdita di un pezzo di cultura. Ed è noto che non esistono “culture” autonome o marginali, ma un sistema globale in cui ogni parte è indispensabile al tutto. Come ha brillantemente sintetizzato Ken Hale del MIT, lasciare morire una lingua equivale a “sganciare una bomba sul Louvre”.
 
Forse, sono andato troppo avanti. Mi piace pensare che la caratteristica autopoietica di internet possa ancora trovare nel suo pharmacon l'antidoto al degrado della parola. Perché è chiaro che la sconfitta della parola (in senso lato, un'intera lingua) può solo generare violenza. A quel punto, la fine della storia sarà irrimediabilmente muta.

           

Vedi anche

di Sergio Gridelli

Se consideriamo internet alla stregua di un qualsiasi essere vivente, si può intravvedere nella sua timeline una dinamica darwiniana. Le ...

di Sergio Gridelli

È difficile essere obiettivi, soprattutto se si affronta la questione da una specie di piedistallo che ci siamo costruiti. Una sorta di ...

Commenti (5)add comment

vorant supper said:

...
Secondo me non esistono lingue killer, continueranno ad esistere blogs e siti in italiano... e l'inglese sara' utilizzato (con grammatica approssimativa) come lingua di comunicazione internazionale. Non potrei mai scrivere un racconto o un romanzo in lingue diverse dalla madrelingua, ma l'inglese mi fa comodo quando devo comunicare col team di Firefox o Seamonkey...
29 settembre 2010

Stefano Teodorani said:

...
Ottima analisi. Come sempre
30 settembre 2010

Mattia said:

...
Io non lo vedo come un male, il fatto che l'inglese stia uccidendo tutte le altre lingue. Sarà che è una lingua che mi piace molto (guardo i film e le serie TV in lingua originale, ad esempio), ma se fosse esistita una sola lingua io credo che saremo molto più avanti in tutti i campi in quanto sarebbe stato più facile scambiare conoscenza smilies/smiley.gif
30 settembre 2010

Sergio Gridelli said:

...
Ogni lingua non assolve solo al compito di fare comunicare gli esseri viventi, ma assume lo statuto della storia evolutiva di un gruppo o di un'etnia.

Infatti, la lingua è lo “strumento” per creare simbolicamente il proprio mondo. Già la differenza tra significato e significante introduce una dimensione che va ben oltre la “semplice” comunicazione. Esistono diverse culture (di tipo religioso, filosofico, politico), ognuna delle quali trasmesse mediante l'idioma tipico di quel popolo.

È noto, peraltro, come ci siano in ciascuna lingua delle rappresentazioni che non hanno il corrispettivo in altri idiomi, quindi una traduzione, per quanto precisa (o tecnica, volendoci riferire alla sola lingua inglese), farebbe perdere costruzioni di senso originali e irripetibili.

In un certo senso, come sostenuto da Saussure, la lingua (meglio, la “langue”) lascia un'impronta evolutiva nel cervello degli uomini e, di conseguenza, finisce per modellare il loro vissuto culturale.

In definitiva, una lingua che muore è un pezzo di conoscenza che se ne va. E il gioco “non vale la candela” nemmeno quando si potrebbe ipotizzare che una sola lingua comune si potesse porre come precondizione per la realizzazione di un migliore modello di sviluppo.

La conoscenza si fonda sulla diversità. Posso trovarmi a mio agio in un gruppo di ingegneri che condividono, insieme a me, la comune passione per il volo (parliamo, per così dire, la stessa “lingua”), ma la vera crescita avviene nell'istante in cui imparo una cosa nuova. Ad esempio, un contadino che mi racconta (nella sua lingua) come si fa ad innestare un melo.

Le lingue appartengono ai popoli, così come la loro storia. La fine di una lingua è la scomparsa di processi secolari che, appunto perché diversi dai nostri, permettono anche a noi di migliorare la nostra percezione (che non è assoluta ed esclusiva) del mondo.
03 ottobre 2010

anonimo said:

...
"L'inglese è la lingua di internet. E, per essere più spietati, è nelle conseguenze una vera e propria lingua killer che uccide per dissanguamento gran parte delle altre"

...pero' i 247.850 blogs in lingua vietnamita (nella sola community Opera) devono far riflettere sulla impossibilita' di ridurre ad una le lingue del web...

29 ottobre 2010

Lascia la tua opinione
Accorcia box | Allunga box
I filtri ti rompono? Iscriviti


busy
 

UIELinux, oltre il Rubicone (anche oltre i soliti luoghi comuni)
Joomla! è un software libero rilasciato sotto licenza GNU/GPL
UIElinux All UIELinux Blog UIELinux Guide UIELinux Progetti