Mer 29 Set 2010 |
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Nel diluvio di parole che inondano la rete, forse c'è ancora spazio per una considerazione a margine sullo stato di salute della lingua scritta. Shakespeare, di certo, viveva in un'epoca ancora scevra dall'indigestione di informazioni, ma aveva già avvertito la portata semantica derivante dalla combinazione delle parole. Non voglio giungere a conclusioni affrettate e, per molti versi, nemmeno suffragate da dati oggettivi, tuttavia ho come l'impressione che le rete sia ormai ad un passo dal word overload. In sostanza, la supremazia dell'apprendimento simultaneo per via visiva su quello sequenziale, mediato dalle parole, mi pare abbia ridotto queste ultime ad un mero maquillage degli spazi vuoti. Quasi uno “stucco” interstiziale. Sicuramente, le dinamiche di internet, prevalentemente improntate all'istantaneità, privilegiano fruizioni rapide e immediate. In questo senso, si spiega il successo delle infografiche sull'equivalente torrente di parole. La rete ha “surriscaldato” la comunicazione sotto le vampate del demone impazzito dell'istantaneità.
In passato, ogni grande rivoluzione tecnologica ha avuto il suo corrispettivo culturale. Dalla dimensione orale della comunicazione (unica modalità di “dialogo” fino a quel momento), si è passati all'invenzione (o scoperta?) della scrittura. Per secoli è stato prodotto un sapere manoscritto trasformatisi poi, quasi 5.000 anni dopo, in una conoscenza trasmessa tipograficamente.
Dalla stampa gutenberghiana ai nostri media elettronici sono trascorsi appena quattro secoli. Per dirla con Montale, il tempo si è come “sfarinato” e i nuovi strumenti di comunicazione hanno sempre avuto meno tempo a disposizione per decantarsi. Per esempio, la televisione ha impiegato solo trent'anni per trasformarsi in qualcos'altro grazie al legame tecnico con i lettori ottici.
Per internet, i confini sono tecnologicamente meno visibili. Dal web 1.0 al web 2.0 la differenza si è maggiormente cristallizzata sul versante esperienziale, piuttosto che su quello dei circuiti integrati. Forse, per la prima volta nella storia dei mass-media, si può parlare di “rivoluzione permanente”.
Se vediamo queste trasformazioni con gli occhiali delle parole, si può trarre già una prima valutazione. Un libro di carta di oggi è sostanzialmente identico ad uno del Cinquecento, ma non è così per tutti gli altri mezzi comunicativi. I supporti si sono trasformati sotto l'incalzare del “frullatore digitale”. Il vinile (a parte la collezione di qualche “nostalgico”) è stato distillato dentro i lettori MP3, la radio e la televisione sono sempre meno analogiche e sempre più digitali (terrestri e no).
Ancora una volta si conferma la predizione di McLuhan. Il medium è il messaggio stesso e, oggettivamente, è impensabile ritenere che non ci siano effetti sul senso e sull'uso delle parole. Ma anche sulla struttura stessa della lingua.
Già Platone metteva in guardia circa la “marginalizzazione” della memoria operata dalla parola scritta, invece in un'epoca come la nostra, in cui i messaggi viaggiano più veloci del messaggero, la “violenta” accelerazione nel trasporto delle informazioni “rompe” di fatto la stabilità idiomatica.
Almeno tre sono le cause di questa polverizzazione della comunicazione basata sulle parole.
In primo luogo l'ipertesto. I link indirizzano il lettore verso nuovi percorsi, superando la sequenzialità che per secoli è stata la portante fondamentale della conoscenza scritta. Una parola dopo l'altra e una frase di seguito alla precedente, cessano di essere il canone principale dell'apprendimento.
Le abbreviazioni. Il contagio provocato dalla “generazione del pollice”, avida di messaggini sempre più criptici (emoticons a parte), ha pervaso anche scritture “meno spontanee” e, teoricamente, più riflessive, come ad esempio le mail elettroniche. I xò, i x', i cmq, le innumerevoli varianti del TVB in tutte le sue declinazioni, sono una specie di assalto frontale al cuore della lingua. Per non parlare degli “odiosi” (mi assumo la piena responsabilità dell'affermazione) puntini di sospensione (spesso incolonnati in una lunghissima serie di “formichine”, in luogo dei classici tre, suggeriti dalla regola) che rinviano a qualcosa che deve essere interpretato nella mente del corrispondente.
Da ultimo, ma forse il fenomeno ha portate più devastanti dei precedenti, internet ha provocato nei fatti una vera e propria “occidentalizzazione” della lingua, peraltro in una sola direzione. Quella anglosassone.
L'inglese è la lingua di internet. E, per essere più spietati, è nelle conseguenze una vera e propria lingua killer che uccide per dissanguamento gran parte delle altre.
Attualmente, si valuta che nel mondo esistano dalle 5.000 alle 6.700 lingue. Entro questo secolo, ne spariranno almeno la metà. Si sa che una lingua che scompare non rappresenta solo un danno, per così dire, “grammaticale”, ma si traduce nella perdita di un pezzo di cultura. Ed è noto che non esistono “culture” autonome o marginali, ma un sistema globale in cui ogni parte è indispensabile al tutto. Come ha brillantemente sintetizzato Ken Hale del MIT, lasciare morire una lingua equivale a “sganciare una bomba sul Louvre”.
Forse, sono andato troppo avanti. Mi piace pensare che la caratteristica autopoietica di internet possa ancora trovare nel suo pharmacon l'antidoto al degrado della parola. Perché è chiaro che la sconfitta della parola (in senso lato, un'intera lingua) può solo generare violenza. A quel punto, la fine della storia sarà irrimediabilmente muta. Commenti (5)
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vorant supper
said:
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... Secondo me non esistono lingue killer, continueranno ad esistere blogs e siti in italiano... e l'inglese sara' utilizzato (con grammatica approssimativa) come lingua di comunicazione internazionale. Non potrei mai scrivere un racconto o un romanzo in lingue diverse dalla madrelingua, ma l'inglese mi fa comodo quando devo comunicare col team di Firefox o Seamonkey... |
Mattia
said:
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... Io non lo vedo come un male, il fatto che l'inglese stia uccidendo tutte le altre lingue. Sarà che è una lingua che mi piace molto (guardo i film e le serie TV in lingua originale, ad esempio), ma se fosse esistita una sola lingua io credo che saremo molto più avanti in tutti i campi in quanto sarebbe stato più facile scambiare conoscenza |
anonimo
said:
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... "L'inglese è la lingua di internet. E, per essere più spietati, è nelle conseguenze una vera e propria lingua killer che uccide per dissanguamento gran parte delle altre" ...pero' i 247.850 blogs in lingua vietnamita (nella sola community Opera) devono far riflettere sulla impossibilita' di ridurre ad una le lingue del web... |
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Nel diluvio di parole che inondano la rete, forse c'è ancora spazio per una considerazione a margine sullo stato di salute della lingua scritta.


