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giovedì 9 febbraio ore 20,30 - Casa delle Associazioni


Ven

04

Giu

2010

Con quale faccia?
UIELinux Blog - Quattro chiacchere in libertà
Scritto da Sergio Gridelli   
Il dibattito critico sui social network e, in particolare, attorno ad uno di questi, può essere visto da due prospettive. Facebook

In primo luogo, la questione della privacy. Un argomento che, per molti versi, fa il paio con l'utilizzo “etico” (leggasi nel senso di “non a fini di marketing”) delle informazioni immesse dagli “amici” nella gigantesca cyber-betoniera di Facebook. Lo sviluppo di vari movimenti di protesta, al pari del proliferare di pseudo-applicazioni in grado di evidenziare quanto siano esposte pubblicamente le nostre informazioni personali, hanno fatto cambiare rotta, a più riprese, alla policy imposta da Mark Zuckerberg.
 
Che siano manovre di advertising o indotte dalla paura per le azioni più volte promesse dalla Federal Trade Commission, è implicito come l'argomento sia ormai di primissimo piano nelle strategie evolutive del social network più famoso del mondo. Del resto, con i suoi 400 milioni di utenti, la questione non può che rappresentare una presenza fissa nell'agenda del suo fondatore.

E' probabile anche che progetti come Diaspora si potranno porre seriamente in concorrenza col colosso di Harvard, soprattutto se il movimento del sapere libero e condiviso saprà affrancarsi da posizioni ideologiche meramente autoreferenziali. Senza voler disconoscere le convinzioni più estremiste (a me Stallman sta simpatico e resto sempre affascinato dalle sue analisi), occorre fare i conti con un capitalismo senza scrupoli che ha capito come il grosso del mercato degli iCosi sia rappresentato quasi esclusivamente da una sorta di nuova borghesia digitale. Persone che interpretano il loro rapporto con le info-tecnologie all'insegna dell'interfaccia facile, gradevole, immediata. Stare “dentro” l'iPad-revolution (intendendo con questo termine tutto il corollario digitale che gli ruota attorno, social network compresi) oggi rappresenta un salto dietro le “linee nemiche”. Diaspora non sarebbe mai nata se qualcuno non avesse studiato a fondo il fenomeno Facebook da dentro. Noi, nel nostro piccolo, non saremmo mai riusciti a creare una massa critica se non avessimo accettato, per esempio, i “compromessi” di una mailing list su Google.

Nella stessa direzione, si inserisce la giusta preoccupazione per la “mercificazione” dei nostri dati una volta passati per il tritacarne di Facebook. Che il marketing si stia sempre più evolvendo verso il modello one-to-one, cioè nel senso di comprendere i gusti del singolo, piuttosto che quelli della massa, è cosa risaputa e nota. Certo, Facebook fa un uso mercantile delle preziosissime informazioni dei suoi “affezionatissimi” amici, ma quanto sappiamo della “bava di bit” che quotidianamente lasciamo nella rete?

Ogni volta che solchiamo il web, della nostra impronta digitale viene fatto un calco più o meno fedele. Non mi riferisco solo alle migliaia di offerte di Viagra che riceviamo nella nostra casella di posta o all'invito della bellona russa desiderosa di incontrare “una uomo di Talia”, ma soprattutto alla “leggerezza” con la quale diffondiamo dati estremamente riservati. Non ci sogneremmo mai di affiggere nella bacheca analogica del nostro condominio la foto della sbronza con gli amici, mentre la tagghiamo con estrema nonchalance nella nostra bacheca digitale su Facebook.

Si crea un specie di irresponsabilità antropologica. Forse, ma solo il tempo ce lo dirà, dettata dal rapporto ormai intimo e privato che abbiamo con la tecnologia. In fondo, per un nativo digitale, lo stesso cellulare rappresenta più un'estensione anatomica, piuttosto che un oggetto di plastica ed elettronica. Pertanto, viene sempre più minimizzato il risvolto della percezione moltiplicatrice della rete a vantaggio di un rapporto che si limita al “dialogo” con il monitor o il display.

Resta il fatto che Facebook è diventato il terzo “paese” più popoloso al mondo, dopo India e Cina. Una piazza virtuale in cui la vita è comunque reale e non fiction e, quindi, con problemi di “cittadinanza” che dovranno trovare, al più presto, soluzioni proporzionate ed idonee. Lo ripeto ancora, “starci dentro” con le nostre sacrosante convinzioni sulla libertà della conoscenza, può essere un grosso impulso per la trasformazione in senso umano (e non mercantile) di questi immensi luoghi di relazione.

Ecco quindi la seconda prospettiva. Quella più sociale, almeno nei termini di esistenze che sono tali solo in relazione ai loro rapporti di comunicazione.

Si sta dentro Facebook anche essendone fuori. L'affermazione oggi molto cult (per non dire addirittura smart) di dire “io su Facebook non ci sono” (per molti aspetti simile a quella di dichiarare di non avere il telefonino o il televisore) non fa altro che ribadire il “peso” sociale di questo social network. In sostanza, ci si definisce comunicativamente in relazione a Facebook. Sia che lo si adori o che lo si neghi.

Poi, secondo i ricorsi storici, c'è sempre una specie di avversione fenomenologica verso le nuove tecnologie. Una sorta di “già visto” quando le vecchie tecnologie erano nuove. È curioso notare, a questo proposito, come alla fine dell'Ottocento il telefono venisse dichiarato alla stregua di un mero divertimento per intrattenere la nobiltà nelle noiose giornate a palazzo. Una novità destinata a svanire, si diceva all'epoca, quando il divertimento sarebbe venuto a meno.

Oggi, probabilmente, poche attività umane sarebbero possibili senza il telefono.

In definitiva, i social network hanno ridisegnato i termini di una narrazione che pareva perduta per sempre. La misura di una trasformazione che non può più lasciare indifferente nessuno.

Non vi è dubbio, come molti sostengono, che ci sia tantissimo “rumore di fondo” nei reiterati “mi sono alzato”, “buongiorno mondo”, “come va?” (per citare solo gli “A cosa stai pensando” più “razionali”), ma non passa forse anche per questi “segnali” il desiderio innato di dichiarare la propria presenza nel mondo?

Commenti (1)add comment

Davide Pedrelli said:

...
Quando ti leggo non posso fare a meno di mettermi in discussione.

Complimenti Sergio.
04 giugno 2010

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Commenti

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