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UIELinux.org Blog Quattro chiacchere in libertà L'amicizia ai tempi di Facebook
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Mer

30

Dic

2009

L'amicizia ai tempi di Facebook PDF Stampa
U.I.E. Linux Blog - Quattro chiacchere in libertà
Scritto da Sergio Gridelli   
Viviamo di narrazioni. O di racconti, se il termine può sembrare più familiare. Vediamo un film e cerchiamo di narrarlo (raccontarlo) a chi non l'ha visto. La sera, tornando dal lavoro, narriamo (raccontiamo) ai nostri familiari le piccole (o grandi) cose capitateci durante la giornata.

La narrazione costruisce il nostro ambiente sociale per eccellenza e lo divide con l'intreccio dei racconti di altre persone. È sempre stato così e, si spera, continuerà ad esserlo per molto tempo ancora.

Succedeva prima dell'invenzione del telefono, succede oggi con internet. Le persone hanno bisogno di tracciare delle storie, di riassumere le loro esperienze, di sentirsi confermate nel dialogo con i loro simili.

Da pochissimo, gli old media hanno scoperto l'esistenza dei social network. Per parlare il “portaportese”, Massimo Tartaglia (il “terrorista” armato di souvenir) è uno “vicino agli ambienti dei social network” (Bruno Vespa). In particolare, senza farsi troppe domande, il  giornalismo “ecumenico” non ancora secolarizzato si riferisce ad un solo social network. Per loro è il social network dei social network, vale a dire Facebook. Scopriranno Twitter e FriendFeed fra qualche anno. Diamogli tempo.

Siccome i giornali escono tutti i giorni e le pagine si devono riempire, perché non confezionare delle belle analisi pro e contro Facebook? Il tutto, ovviamente, senza la benché minima vergogna di dire le cose più strampalate.

“Quest’anno si sono fatti meno auguri a voce e per telefono e anche per e-mail; e tantissimi via social network, magari urbi et orbi. Ci sono stati meno incontri anche brevi per salutarsi. In compenso, nei momenti in cui si riusciva a tirare il fiato, si andava online (…)” (Maria Laura Rodotà sul Corriere della Sera).

Dobbiamo crederci? Ammesso anche che sia stato così, dov'è la prova? Quale istituto di ricerca ha fatto questa indagine? Come si fa a calcolare quanti “auguri a voce” sono stati fatti? Dov'è il questionario con le analitiche dei minori “incontri anche brevi per salutarsi”?

Passiamo oltre.

“Ora, il dibattito dura da molto tempo e a Natale diventa assai più intenso perché i membri dei social network tendono a mandarsi regali finti, fiori finti (non virtuali, finti, ribadisco), e naturalmente auguri finti (...)”. (Roberto Cotroneo sull'Unità).

Anche qui, sarebbe interessante sapere come è possibile conoscere la veridicità (in termini di sincera passione) dei regali, dei fiori e degli auguri “veri” scambiati offline. Anche per strada, non è forse capitato a tutti di augurare Buon Natale a quello/a che ci sta altamente sulle scatole, ma l'educazione ci impone di riverire il nostro capo-ufficio? E non facciamo forse regali “materiali” solo perché siamo obbligati da vincoli che ben volentieri spezzeremmo?

Sia sulla stampa “moderata” che su quella “progressista” (ammetto quanto sia difficile, oggi, trovare delle differenze fra i due termini!) viene fuori la stessa sostanza. I social network (Facebook, per la precisione) sono un mondo a parte in cui, per così dire, ci si “ritira” quando si fugge dal mondo “vero”. Un altro spazio-tempo che trasforma in finzione tutto quello che passa per quelle orbite.

Per rifletterci su, accetto il guanto di sfida di Cotroneo: “nessuno, tra i sociologi e gli psicologi che si occupano dei social network va al fondo delle cose (...)”. Non fosse altro che per difendere la mia “vituperata” categoria dei sociologi.

Allora, tanto per cominciare, sarebbe il caso di smettere di masturbarsi i neuroni se i “fiori” di internet siano più “finti” che “virtuali” e andare davvero “al fondo delle cose”.

In primo luogo, a Facebook va riconosciuta la trovata del secolo. Mentre Skype si limitava (e si limita) a chiamare l'agenda personale di ciascuno con il suo nome, cioè “contatti”, Facebook si “inventa” una parola magica: “amici”.

Il passaggio non è tecnico e tanto meno informatico. Il cambio di passo è “emotivo” con tutto quello che comporta, in termini di coinvolgimento e pulsioni, un aggettivo “profondo” come quello.

È chiaro che anche per i “professionisti” di Facebook che hanno oltre un migliaio di “amici” (molti dei quali mai visti e che, probabilmente, non incontreranno mai), perderne qualcuno rientra nella sfera dell'elaborazione del lutto dell'abbandono. Molto più facile, cancellare un “contatto” dalla nostra agenda.

Per parafrasare McLuhan, l'amico è “caldo”, mentre il contatto è “freddo”. Ed è così anche online.

Un anno fa la multinazionale Burger King lanciò su Facebook una campagna di marketing dall'inquietante nome di “Whopper Sacrifice“. In sostanza, se si “sacrificavano” 10 “amici” si aveva diritto ad un panino, l'Angry Whopper. L'hamburger in questione costa $ 3,70 e pertanto un “amico” ha il valore di 37 Cent. Il “giochino” è stato ritirato dopo che sono stati “sacrificati” qualcosa come 230.000 “amici”. Un bel numero, ma infinitesimo in confronto ai 350 milioni di “amici” che conta Facebook attualmente.

Quindi, per quanto allettante fosse la contropartita (un panino gratis in cambio di 10 click di delete nella propria schiera di “amici”), il freno più grosso è stato rappresentato dal messaggio che veniva inviato al “cancellato”: "sei stato sacrificato in cambio di uno spuntino gratis". Anche “amici” che non abbiamo mai visto, con i quali (forse) abbiamo condiviso “solo” un video di YouTube, facciamo fatica (per moltissimi è stato impossibile) cancellarli dalle nostre pur flebili relazioni. Se invece degli “amici” avessimo avuto a che fare con dei semplici “contatti”, c'è da star certi che Burger King avrebbe rischiato grosso.

Per finire. Stamattina ho fatto colazione con Teo. Chiacchieravamo di web, di lavoro, di feste, di figli, di libri. Ci siamo salutati e di lì a qualche ora abbiamo ripreso le medesime discussioni su IRC. Il mondo era sempre lo stesso, avevamo semplicemente cambiato luogo.
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