Gio 17 Dic 2009 |
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| Ci risiamo. Arriva un matto che rompe il naso al Presidente del Consiglio e la rete, per un verso e per un altro, “commenta a modo suo” il gravissimo e deprecabile (a scanso di equivoci lo ripeto, gravissimo e deprecabile) episodio. Come prima conseguenza, il potere costituito invoca urgentissimi provvedimenti di censura (leggasi oscuramento di blog e social network). Un giorno c'è il caso di pedofilia, dopo un po' ci sono i dobermann che azzannano qualcuno, poi c'è il video di uno scherzo idiota, ad opera di deficienti, all'interno in una scuola, infine arrivano quei “delinquenti” che vanno sui peer to peer. La risposta dei dinosauri della politica (maggioranza ed opposizione) non cambia: “ci vogliono subito regole più severe (ferree, dicono!) su internet”. A parte che le leggi fatte sull'onda della contingenza immediata, raramente sono buone leggi, bisognerebbe, al contrario, cercare di conoscere meglio il più grande spazio pubblico di comunicazione mai esistito. Vediamo allora di fare qualche considerazione. L'atteggiamento del potere nei confronti della rete è sempre quello di non capire che non “è un mondo a parte”, ma è fatto da persone viventi nel cosiddetto mondo reale, da cui deriva la non necessità di nuove leggi, per il semplice fatto che esistono già. Se per andare a lavorare prendo il treno, io non appartengo in via esclusiva al “mondo del treno”, ma “uso” un mezzo per andare da un punto A ad un punto B. E tutto questo secondo un intreccio di relazioni in cui il treno diventa organico alla mia vita. Bene. Se durante il tragitto io, che non sono nessuno, conversassi con altri viaggiatori (anche loro per nulla “famosi”) sui più disparati argomenti in maniera, per così dire, anche “estrema” (ammazziamo Topo Gigio, per fare un esempio), qual è la portata delle nostre chiacchiere? É la stessa di quella che può avere un personaggio pubblico quando afferma che la vita di “un magistrato vale 300 lire, cioè il costo di una pallottola" (Umberto Bossi, settembre 1993)? Da un lato c'è la manifestazione di un pensiero, emotivo, rabbioso, impulsivo (mettetela come volete) e nessuno sul treno mi chiede la carta d'identità prima di parlare, dall'altro c'è l'esternazione di un concetto da parte di chi dovrebbe rappresentare il popolo e ne è, di conseguenza, il portavoce. Altro punto. La libertà di parola è il presupposto di ogni democrazia moderna. Certo, non può essere illimitata, ma le garanzie (appunto perché siamo in democrazia) devono valere per tutti. Allora, occorre dare per scontato che il discrimine fra liceità ed illiceità della parola sta nelle sue conseguenze attive. Per esempio, la parola diventa illecita se telefono anonimamente in una scuola e comunico, per scherzo, che sta per scoppiare una bomba. Nel parapiglia generale per scappare, se qualcuno si dovesse far male è evidente che, senza nemmeno usare internet, ma solo attraverso il “vecchio” telefono, sarei in qualche modo indirettamente responsabile. Altro esempio. Se, invece, sono dei ministri della repubblica ad usare parole “non lecite”, diffuse nei telegiornali a reti unificate, cosa succede? Possono diventare attive, nelle conseguenze, parole come “la sinistra di merda deve morire ammazzata” (Ministro della Pubblica amministrazione e Innovazione Renato Brunetta, 18 settembre 2009), oppure “possono morire” (Ministro della Difesa Ignazio La Russa ai giudici europei, 4 novembre 2009), e ancora “matti antropologicamente diversi dal resto della razza umana, se fai quel mestiere devi essere affetto da profonde turbe psichiche” (Primo Ministro Silvio Berlusconi ai giudici italiani, 10 settembre 2003)? Se qualche “matto”, persuaso da questi “inviti”, pensasse di metterli in pratica, anche in questo caso si potrebbe sostenere la responsabilità indiretta di coloro che le hanno pronunciate. E in tutto questo, internet non c'entra un bel niente. Ma il paradosso consiste nel fatto che ogni volta si verifica qualcosa di “strano” e di “incontrollabile” viene messa automaticamente in mezzo la rete. Avere coscienza che la rete è, in definitiva, il riflesso delle relazioni umane, diventa un passaggio fondamentale. Cercare di rompere lo specchio che riflette le nostre conversazioni (di tutti i tipi) equivale a distruggere il termometro con la convinzione, così facendo, di non avere più la febbre. In tutta questa giostra di proposte, illazioni, censure, non poteva mancare il “passatempo” Facebook. Anch'egli riflesso della vita offline, pertanto, soggetto politico a tutti gli effetti. Inizialmente, con lo spuntare del primo fans club (!?) Massimo Tartaglia, parte la controffensiva, per così dire, a “compensazione” (il gruppo “I love Italia” si trasforma in “Bidplus augura una pronta guarigione al Presidente Silvio Berlusconi”, il gruppo “No a facebook a pagamento nel 2010, servono 10.000.000 iscritti!” muta in “Solidarietà a Silvio Berlusconi”, il gruppo “Made in Italy” diventa “Sosteniamo Silvio Berlusconi contro i fan di Massimo Tartaglia”), all'insaputa di migliaia di iscritti. É stato come se mi fossi iscritto al gruppo dei “vegetariani duri e puri” e ritrovarmi (senza saperlo), di lì a qualche giorno, strenuo sostenitore “degli amici della fiorentina”. Lo capisce anche uno che non sa accendere il computer come tutto questo vada ad incidere sulla totalità delle relazioni (online e offline). Le convinzioni “ideologiche” vengono messe “in crisi” dal “potere” del creatore del gruppo. Per superare questo “problema” Facebook Italia ha pensato bene di “disabilitare” tutti gruppi pro o contro il Presidente del Consiglio. Sicuramente la Facebook-mania mette in luce la “leggerezza” dei nuovi linguaggi, con annessi analfabetismi. Da ciò ne deriva una scarsa consapevolezza delle proprie traiettorie digitali da parte di tantissimi utilizzatori di Facebook. Tuttavia, da subito si possono cogliere alcune premesse inquietanti. Innanzitutto, Facebook dimostra, ancora una volta che ha il diritto di “vita o di morte” sui contenuti dei propri utenti. Chi ci assicura che le nostre “conversazioni” non vengano (o non siano già state) utilizzate dai gestori della piattaforma per fini a noi sconosciuti? Per altro verso, il social network più famoso al mondo “distrugge” il concetto di neutralità del mezzo. Se ogni privato (fino a prova contraria Mark Zuckerberg lo è) può esercitare sul “suo giocattolo” il diritto di censura delle opinioni, sostituendosi al giudice, cessa di essere un “semplice” allestitore di spazi virtuali, diventa un editore a tutti gli effetti e con la propria precisa strategia politico-comunicativa. È come se sull'autobus della linea 9 l'autista precludesse la possibilità di parlare di determinate cose. E ancora, qual è il confine fra i “contenuti violenti e minacciosi” e la “critica” all'operato di questo, o del prossimo governo? Per fare un esempio, il gruppo del cosiddetto “Movimento Viola”, che ha organizzato il No B-Day, con quale criterio verrà considerato da oggi in avanti? Facebook, per la verità senza che ce ne fosse bisogno, conferma di essere un soggetto economico che in Italia fattura somme cospicue. Perché mai non dovrebbe andare “d'accordo” con il governo di turno? In definitiva, ben vengano i social network e tutte le occasioni di condivisione delle informazioni, ma con la consapevolezza che solo la comunità (blogger, movimenti per il free software, informazione indipendente) può dotarsi degli anticorpi necessari per autodeterminarsi, anche nello scambio delle opinioni. Fino a quando l'informazione sarà costretta a fare i conti con il mercato, non potrà mai essere un'informazione libera. Commenti (2)
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Chiprotesta
said:
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... Condivido tutto quello che hai scritto e non avrei saputo scriverlo meglio . Per fortuna qualche politico assennato c'è ed il Ministro Maroni ha dichiarato "Non serve una legge speciale per internet. Le Leggi già ci sono". Meno assennati mi sembrano tanti utenti della rete, che da molte parti si scagliano contro la censura della rete, per difendere la democrazia dicono, confondendo la libertà di usare internet con la libertà di farci qualunque cosa credono. |
marco (markuz)
said:
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... Articolo splendido, complimenti... La prima cosa che mi e' venuta in mente e' stata la frase di un mio comandante ai tempi del militare... "CHI CONTROLLA LE COMUNICAZIONI VINCE LA GUERRA"... Gia', ma la guerra contro chi? Contro ogni forma di informazione libera, quella che fortunatamente possiamo ancora cercare e trovare se abbiamo la capacita' di erigerci dalla massa del popolino medio a cui danno da bere qualsiasi cosa. In sintesi liberta', informazione e cultura sono i primi nemici dei governanti di tutti i popoli. |
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