Mar 20 Ott 2009 |
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| Dopo l'ultimo meeting di UIELinux mi è rimasta inchiodata nel cervello la discussione finale (a tratti anche piuttosto animata) sulla cosiddetta teoria del valore e sulle sue implicazioni concrete nella vita di tutti i giorni. Non so perché, ma quelle considerazioni mi hanno portato ad “allargare il cerchio” e vederci dentro qualcosa di più di una “semplice” disquisizione di natura economica. Mi pare che, con tutto il beneficio dell'errore, siano chiamati prepotentemente in causa i new media e la loro dirompente capacità di “virtualizzare” la realtà. Molto più della fotografia e del cinema dove, per così dire, “ci si limita al ritorno del morto” (questi mezzi riproducono all'infinito la “presenza” di chi non c'è più), internet fa (ri)vivere esistenze parallele, senza disdegnare “incursioni” e “sovrapposizioni” con la realtà “reale”. Come dire, dov'è il confine vero di un social network come Facebook? Forse, spostando leggermente il punto di vista, non è difficile intravvedere il trait d'union fra virtuale e reale anche nel denaro, nel suo passaggio storico da analogico a virtuale. Un denaro sempre meno fatto di atomi “ingombranti” e sempre più affidato alla leggerezza dei bit delle carte di credito e delle transazioni online. Con il denaro digitale, il virtuale viene “sdoganato” dalla sua aurea di finzione e di altro rispetto alla realtà. Con il denaro digitale (i bit) si possono comprare tutte le merci (gli atomi). Si mette così in atto una conversione bidirezionale che finisce per confondere e rendere praticamente indistinguibili i due livelli. La cosa diventa ancora più evidente nelle borse, dove si scambiano (attraverso la mediazione di denaro impalpabile, in quanto digitale) merci che “fisicamente” non sono lì presenti. Fino al delirio virtuale dei “derivati”, in cui le merci non sono nemmeno da un'altra parte del mondo, in quel preciso momento non esistono proprio. In buona sostanza, denaro virtuale che “compra” merci non ancora esistenti in quanto materia (atomi). È come se oggi si “acquistasse” la produzione vitivinicola del 2010. Un evento che ancora si deve verificare e del tutto aleatorio, almeno nelle quantità. In un mondo “realvirtuale”, allora cosa resta degli uomini e della loro natura biochimica? Ha ancora un significato emotivo ascoltare con le proprie orecchie (e non attraverso un medium tecnologico) il battito del cuore di un'altra persona, oppure avvertire il brivido del respiro dell'altro/a sulla propria pelle? Da quando l'uomo è diventato un animale sociale, vive di parole e di informazioni (che di fatto, sono altro da sé). Pian piano la realtà immediata del pensiero (il linguaggio e i concetti che veicola) ha determinato che la sua natura (il suo bios) si staccasse e diventasse semplicemente una superficie comunicativa. Infatti, con il linguaggio inizia la vera era digitale. Per la prima volta nella storia dell'evoluzione, le parole permettono di costruire e “far rivivere” ciò che non c'è o non c'è più. In questo istante, posso scrivere di Garibaldi e, in qualche modo, “ricostruire” e fare “immaginare” la sua presenza, nonostante sia morto da oltre un secolo. In definitiva, il corpo era diventato virtuale molto prima di internet e del web 2.0. Internet ha solo compiuto il prodigio finale, quello di trasformare la memoria e il sapere individuale in qualcosa di più grande, di comunitario, di globale. Tuttavia, resta ancora irrisolta una questione. Se il sapere, diffuso e planetario, origina un nuovo modello di economia di condivisione non mediata dal denaro, è possibile che questa si ponga come alternativa, sostenibile e praticabile, rispetto all'attuale economia commerciale basata sull'assegnazione del valore monetario ad ogni azione? Estremizzando, è pensabile una società che si libera del denaro e basa il suo funzionamento esclusivamente su processi di tipo mutualistico? Non nascondo che, almeno in via teorica, la prospettiva è affascinante. Di contro, anche la filosofia più benevola poco può nei confronti degli ultimi baluardi dell'atavica natura dell'uomo: l'egoismo e l'avidità. Non sono stati forse questi i motivi della cacciata dal paradiso terrestre? Quindi, secondo la mia personalissima visione delle cose, è senz'altro pensabile una sparizione del denaro, ma dati gli “istinti” incastonati nella catena umana del DNA, ciò lascerà il posto ad un plusvalore astratto che non potrà prescindere dalla contingenza “violenta” dell'invidia. La società funzionalista, in cui ciascuno individuo ricopre ruoli parimenti utili al funzionamento della propria comunità, nell'accezione “senza denaro”, si troverà inevitabilmente a fare i conti con le pulsioni umane. L'unico equilibrio possibile non potrà che essere organico all'omogeneizzazione delle produzioni e dei consumi. Vale a dire un'unica tipologia di casa, un solo modello di abito, una sola specie di automobile. E anche in questo caso non è escluso che possano nascere “attriti” e corto-circuiti sulle quantità di beni disponibili. Per quanto interessante (sotto il profilo teorico), un modello sociale di questo tipo non consentirebbe comunque la piena autodeterminazione dell'individuo. Non sarebbe possibile, cioè, uno sviluppo differenziale della sfera creativa innata in ogni persona. Detto ciò, sono invece convinto come la condivisione (libera e senza barriere tecnologiche) della cultura possa imprimere un forte impulso all'ibridizzazione del sistema. Una sorta di fusione fredda fra il valore (non monetario) del sapere e il valore (monetario) di scambio delle merci. Oggi viviamo dentro un sistema ossessionato dal denaro. Il denaro (sarebbe meglio chiamarlo capitale) rappresenta l'espressione più alta del potere e il metro di valutazione dello status sociale. Nei nostri incontri di promozione dell'open source, mi sento rivolgere sempre più spesso la stessa domanda: “ma voi cosa ci guadagnate?”. È difficile riuscire a dare una risposta scevra da sottintesi e da equivoci. Dire che lo facciamo per salvare il mondo apparirebbe quanto meno pretenzioso, allora l'unico modo possibile è partire dell'idea di vita. Cos'è la vita, se non un concentrato cromosomico di sapere? E che valore può avere il sapere se non viene condiviso con altri? Stamattina ho aiutato un mio collega a mettere in moto la sua automobile, rimasta con la batteria scarica. In una società tutta sbilanciata sulla monetizzazione del valore di scambio, avrei dovuto chiedergli del denaro. Se non l'ho fatto è perché già oggi nel nostro opulento sistema occidentale sopravvive il valore (quello vero) della condivisione. Un giorno, forse, mi verrà ricambiato il gesto. Stasera, in tasca ho meno soldi di quanti ne avevo stamattina, ma sono più ricco. Nessun portafoglio pieno potrà mai riempire il vuoto di chi non è più capace di donare alcunché. Esiste quindi un'economia parallela (quella del dono) che si offre come baluardo alla eccessiva personificazione del capitale. Un modello economico (non monetario) che, nonostante tutto, convive con le aberrazioni del “per tutto il resto c'è Mastercard”. In conclusione, nelle nostre serate divulgative non ci presentiamo come gli irriducibili “testimoni di GNU/Linux”, ma ce la mettiamo tutta per far vedere che esiste un mondo anche al di là dei conti correnti. Saranno i milioni di righe di codice di questo kernel libero, aperto, collaborativo e condiviso, ma ci pare che, alla fine, le nostre discussioni trascendano il concetto stesso di informatica. In fondo, tutto quello che abbiamo bisogno non ha prezzo, come il valore infinito dell'amore. Commenti (2)
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Raffaele
said:
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"...ma Voi che cosa ci guadagnate?" Devo dire che il tuo articolo mi ha colpito molto. Una riflessione che esula dalla solita pappardella che si trova al capitolo 1 dei libri che trattano di Linux... Linus Trovalds, Stallman, il kernel, GNU, free software is not free beer, bla bla bla. E sulla questione "...ma Voi che cosa ci guadagnate?", per chi come me, tiene corsi gratuiti (al FoLUG) per gente che ne vuol saper di più, riceve una risposta che è anche un incoraggiamento a proseguire. In effetti, a fine serata, dopo aver parlato gratis per circa 2 ore, la stanchezza spesso ti fa pensare:. Tale pensiero sparisce immediatamente perchè, in fondo, c'è un certo divertimento, una soddisfazione personale, nel conoscere gente, nel intrattatenere rapporti sociali con indubbio arricchimento da entrambe le parti... penso ...spero. Però tutto il tuo ragionamento porta un altro tipo di considerazione. Noi invitiamo la gente, diamo un servizio senza farlo pagare e, in virtù di ciò che hai scritto, in un mondo abituato a dare un valore materiale alle cose, le cose che non costano nulla non hanno valore. In una prossima lezione, prenderò spunto da quanto hai scritto usandola come premessa al nostro lavoro. Ciao e grazie. |
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