Sab 03 Ott 2009 |
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| In un mondo di regole assurde, tutti siamo costretti a diventare pirati. Ci ho pensato un bel po' prima di lanciarmi in questa “spericolata” affermazione, ma mi pare che non abbiamo scampo. Il susseguirsi delle varie “dottrine” antipirateria, dalla famosissima HADOPI, ora in versione 2, fino a quelle più nostrane e rudimentali (su tutte l'exploit del duo Carlucci-Univideo) è la dimostrazione che il vecchio potere “analogico” ha perso definitivamente il controllo sulla situazione “digitale”. Ci sono solo due cose che non si possono fermare e che rappresentano il terrore di tutte le pseudo-democrazie: i popoli che si muovono a piedi (quindi, indipendenti da qualsiasi mezzo o energia) e quelli che si scambiano conoscenze ed informazioni (in tutti i modi, dalla parola ai bit). La rete, di fatto, rappresenta un nuovo tipo di nomadismo. Sia nelle sue conseguenze analogiche (attraverso i blog si possono mobilitare migliaia di persone in tutto il mondo), che in quelle più aderenti alla sua natura digitale (gli atomi si trasformano in bit e, con la leggerezza che gli è peculiare, fanno istantaneamente il giro della terra). Su questo terreno si giocheranno i diritti di libertà delle future generazioni. Anche se, già oggi, i nativi digitali hanno metabolizzato i bit dentro la loro catena genetica e non distinguono più le loro faccende “atomiche” da quelle online (Facebook, Twitter e, in generale, tutte le opportunità del web 2.0, sono esempi lampanti). In definitiva, cosa c'è che non va nell'attuale approccio legislativo alla “regolamentazione” della rete? In particolare, viene del tutto ignorata la trasformazione “evolutiva” della nuova musa digitale, Cioè, non si “vuole” prendere atto che la conoscenza non è più quella inventata dalla industria culturale. Con internet il sapere è cambiato per sempre. Provo a spiegare cosa intendo. La mia generazione aveva un rapporto “read-only” con la cultura (cioè, basato esclusivamente sul consumo dei “prodotti” culturali). Questa situazione è morta e sepolta. Oggi, la metamorfosi (irreversibile) culturale è del tipo "read and write". La cultura digitale favorisce il remix del sapere e della conoscenza. Vale a dire che chiunque (e con qualsiasi tipo di competenza) può rielaborare i “prodotti ufficiali” e creare nuovi significati. Sicuramente c'è bisogno di rompere gli schemi, come fecero a loro tempo Marcel Duchamp con i baffi alla Gioconda o Andy Wharol con la zuppa Campbell. Si può non apprezzare il nuovo che avanza, ma sicuramente non lo si può ignorare. Se un writer prendesse una riga dalla poesia di un poeta vivente, un'altra da un secondo prosatore (anche lui vivente) e via di questo passo fino a formare un altro senso, compie una violazione della cosiddetta proprietà intellettuale? E ancora, se metto su YouTube un video del compleanno della mia nipotina con in sottofondo la canzoncina dei Puffi, rischio di violare i diritti d'autore di Cristina D'Avena? In entrambi i casi, sì. Allora, tornando alla provocazione iniziale, c'è solo una via di fuga: scardinare il sistema. Le future generazioni ci ringrazieranno. Commenti (0)
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