Da Trieste a Gela ci sono all'incirca 1.500 chilometri. Con un'automobile efficiente, alcune soste per riprendere fiato e traffico permettendo, ci si impiegano quasi venti ore per questo “viaggetto” da nord a sud della penisola.
Allo stesso modo, la trasmissione di documenti digitali sullo stesso percorso può richiedere una manciata di secondi, variabile in relazione alla capacità della banda. Ma questa, evidentemente, non è una gara di velocità, bensì, di comprensibilità.
Partendo con la nostra vettura da Trieste, saremmo obbligati, di tanto in tanto, a fare delle soste per rifornirci di carburante. Sicuramente, non avremmo difficoltà a trovare lungo il percorso stazioni di servizio con la benzina o il gasolio per alimentare il motore.
Qualsiasi motore, benzina o diesel, è in grado di trasformare in potenza i carburanti disponibili nei vari distributori. Non solo in Italia, ma nel mondo.
Lo stesso non si può dire del documento informatico instradato sullo stesso percorso. Infatti, da un lato (versante Gela) una scuola, l'Istituto Majorana, ha scelto di dotarsi di nuovi computer equipaggiati con software open source, risparmiando nel contempo una ragguardevole somma di denaro pubblico, dall'altro estremo (versante Trieste), invece, si è scelto di comprare dei lucchetti senza chiave.
Infatti, recentemente è stato siglato un accordo tra Governo Italiano, Regione Friuli e Microsoft Italia, per trasferire sui computer ciò che fino ad oggi era scritto sulla carta. L'operazione, nota con il nome altisonante di “dematerializzazione”, sarà senza costi aggiuntivi, ma non gratuita. Basti pensare che la pubblica amministrazione italiana spende ogni anno quasi 500 milioni di euro in software proprietario. Pertanto, a vederlo bene, questo accordo è un po' come regalare delle caramelle drogate che, come sappiamo tutti, finiscono per dare dipendenza.
Il patron di Microsoft, Bill Gates, all'indomani del suo addio a BigM ha dichiarato che si occuperà a tempo pieno di beneficenza. Potrebbe, allora, cominciare a fare proseliti nella sua ex-azienda, dal momento che ha un bilancio pari a quello di quattro stati africani.
Tuttavia, al di là dei costi che, lo voglio ripetere fino alla noia, sono sostenuti da tutti i cittadini, compresi quelli che non sanno manco cosa sia un computer, la cosa preoccupa non poco perché mentre in Europa si va nella direzione di adottare protocolli informatici aperti (standard ODF), l'Italia (ormai caso unico al mondo) “abbraccia” la scelta di dotarsi di software proprietari (OOXML).
Ciò, avviene proprio quando lo standard ISO è in procinto di rivedere le proprie valutazioni, e ritenere l'Open Office XML uno “standard” tale solo per i sistemi Microsoft.
Quindi, se il progetto (come pare) verrà esteso a tutte le pubbliche amministrazioni, si verificherà il paradosso che la burocrazia italiana non solo non potrà farsi comprendere (informaticamente parlando) dagli Stati della Comunità Europea, ma nemmeno dall'Istituto Majorana di Gela, e dalle tante altre scuole che usano da tempo software open source.
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