Mer 02 Lug 2008 |
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| Alla fine non ce l'ho fatta. Non ho potuto più fare finta di niente e mettermi, come ogni sera, davanti al computer e cercare qualche feed interessante sull'open source o sull'ultimo script per gestire operazioni mirabolanti da riga di comando. La mia età, per pura casualità, non mi ha fatto vedere i mattini accecanti dell'ultima grande guerra, i fili spinati, i numeri tatuati sulla pelle. Però, sono sicuro di saperne abbastanza per dire mai più. Mai più un essere umano perseguitato da un altro essere umano per questioni di razza, di pensiero, di genere. Ci sono momenti nella vita delle persone dove tutto quello che sembrava importante, in un colpo solo diventa inutile e perfino superfluo. Abbiamo mandato al rogo, fortunatamente solo a parole, gli "eretici" che si ostinavano ad usare un sistema operativo commerciale e, con lo stesso impegno, abbiamo perduto nottate intere nel tentativo di far girare un cubo sul desktop. La nostra passione per il cyberspazio non può però renderci refrattari rispetto a ciò che succede nell'altro mondo, quello non virtualizzato. Quel mondo che non contempla l'opzione per un numero infinite di vite e dove, in un silenzio siderale, ad una parte di futuro, cioè ad una parte di bambini, anziché insegnargli come si scrive con l'inchiostro, gli viene “semplicemente” gettato addosso. È strano come le parole, dopo traiettorie parallele e fuori da ogni possibilità di contatto, si avvicinino fino confondersi. Alla società “analogica” è succeduta quella “digitale” e il mondo è cambiato o, per meglio dire, si è rimpicciolito. Ciò che una volta comportava lo spostamento fisico degli atomi è stato soppiantato dal pulviscolo elettronico dei bit. Non lecchiamo quasi più un francobollo, ma facciamo la lingua sul video di Skype. Si è parlato di rivoluzione digitale. E, indiscutibilmente, si è trattato di un rivolgimento profondo delle nostre abitudini e delle relazioni fra le persone. È nato un moderno “nomadismo” che travalica e, per certi versi, rende obsoleto il senso stesso di confine e di appartenenza nazionale. Giriamo per la rete senza una meta precisa o preordinata, Ogni URL è un'oasi dove ci fermiamo giusto il tempo per individuare il prossimo link, quello più interessante. Siamo Rom in mondo fatto di bit, anziché di atomi, roulotte e topi. Ora, la stessa parola, digitale, diventa sinonimo di impronta. Una traccia che identifica la nostra identità e il nostro passaggio. Succede nel web, dove volontariamente o inconsapevolmente, lasciamo la bava elettronica del nostro transito. Sta per succedere, in maniera brutale, nelle nostre città dove un intero popolo (bambini compresi) verrà marchiato esclusivamente in base alla propria appartenenza di razza. Ecco la differenza. La “nostra” impronta digitale prescinde dalle nostre origini, dalle nostre opinioni, dal colore dell'epidermide, dalla nazionalità. Dipende solo dalle nostre azioni, più o meno lecite. Per i Rom non sarà così. Per un bambino di questa etnia la prova di delinquenza risiede già nella stessa appartenenza (evidentemente non scelta) al popolo zingaro. Nella medesima parola, digitale, ci sta dentro il futuro di tutti. La differenza è che per alcuni si tratterà di un futuro schedato fin dalla nascita. Tutto questo in tempo, si fa per dire, di pace. Commenti (1)
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Emiliano
said:
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... La "questione" dell'emergenza criminalità è stata gonfiata in maniera tale che le coscienze della maggioranza delle persone (la "maggioranza" per me diventa sempre più sinonimo di pericolosità) si adegua passivamente al venire meno dei principi della democrazia. Com'è possibile? |
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