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16

Lug

2010

Dallo specchio allo schermo PDF Stampa
Scritto da Sergio Gridelli   
Da qualche decennio, la convergenza digitale dei vettori comunicativi (le parole, i suoni, le immagini) ha definito la nuova piattaforma di relazione di qualsiasi attività umana.

A differenza delle “rivoluzioni” del passato, in cui sia l'età di Gutenberg che quella del vapore avevano comunque perimetri ben circoscritti, con il paradigma digitale qualsiasi confine tende a sfumare. Non c'è più soluzione di continuità fra gli ambiti economico-produttivi e quelli del sapere. Tutti i “linguaggi” si conformano al nuovo codice numerico. La sequenza di 0 e 1 è l'esperanto che “unisce” ingegneri ed umanisti, calcolo e poesia, razionalità e creatività.
In silenzio, il computer è passato da macchina per i calcoli a strumento di generazione  simbolica di nuove realtà. Un “qualcosa” che va oltre la “semplice” funzione di connessione internodale attribuita oggi a questo mezzo.

Infatti, si è verificato un superamento del supporto materiale che per secoli ha veicolato la conoscenza. Gli atomi della tela del pittore e quelli della carta dello scrittore si sono evaporati, condensandosi in un precipitato indistinguibile e, per molti versi, omogeneo. Almeno nei termini classici della multimedialità.

Il passaggio dagli atomi ai bit non ha più solo i connotati di una metafora accademica, ma si pone come un vero e proprio cambiamento di senso dell'esperienza quotidiana individuale.

In un divenire sempre più marcato, lo schermo del computer diventa così quello specchio “delle mie brame” in cui si cerca, più che altro, la risposta al proprio desiderio di apparire. Con la differenza che non è in ballo solo la conferma della propria “bellezza” (esteriore ed interiore), ma la dimostrazione di una vita che va al di là del suo significato analogico e, forse, anche biologico.

Se uno degli interrogativi che hanno accompagnato buona parte del XX secolo era incentrato quasi esclusivamente su cosa significasse “pensare”, nel nuovo millennio, complice l'accelerazione centrifuga impressa dal digitale, appare avanzare prepotentemente una domanda di senso del proprio riflesso nel mondo.

Nelle sterminate reti di persone intrecciate nei social network, dentro i forum o sui blog, più che “relazioni”, mi pare stiano prendendo il sopravvento una sorta di “riflessi” autoreferenziali. Lo scopo non è più solo quello di comunicare con “altri” simili, ma di specchiarsi narcisisticamente, in perenne attesa dell'unico responso che davvero interessa: esisto in questo reame? Tutto ciò, in altro modo, si può tradurre nel cercare di aumentare spasmodicamente il numero di amici che si hanno in bacheca, in quanti “lettori” hanno “guardato” il nostro indiscutibile articolo, in quanti commenti abbiamo collezionato. Il “valore” che ci si auto-attribuisce , se mi posso esprimere così, è una funzione diretta del numero di follower che si hanno. Poca importa, o forse non interessa per niente, aprire un dialogo vero con gli interlocutori.

Abbiamo “attraversato” lo schermo, trovando in quel “al di là” digitale molte delle sostanze del nostro “al di qua” atomico? Oppure, più pessimisticamente, abbiamo solo creduto di farlo e, in realtà, ciò che scrutavamo era “solo” la nostra immagine riflessa?

Come in uno specchio, anche lo schermo ci ritorna un simulacro di noi stessi spesso incongruente con quello che vorremmo essere. Abbiamo sempre “qualche chilo di troppo” e non vogliamo sentircelo dire. Per questa ragione, il riflesso è l'unica certezza. Il solo momento che davvero ci appartiene.

Il contraddittorio non sembra avere più nessun appeal. È un territorio ormai estraneo e, per molti, del tutto indecifrabile e pericoloso.

Le nostre debolezze, i nostri limiti e, più verosimilmente, la nostra incapacità ad intraprendere relazioni durature, sono i catalizzatori di un riflusso nell'intimità e nel dialogo interiore. Conversazioni private che ora rimbalzano su levigatissime superfici retro-illuminate. Con la presunzione di “parlare” al mondo, si lanciano segnali (una frase, un commento, un video) solo come conferma della propria esistenza.

Ecco allora che il meticciamento di bit dello schermo produce lo stesso risultato del sottile strato di argento steso sul vetro. Un velo riflettente, istantaneo, fedele.

Sullo schermo, come davanti allo specchio, vengono riflessi tutti i “movimenti”. Si scrive e si pubblica quasi esclusivamente per sé stessi. Ed è proprio questa esatta e prevedibile specularità la sola cosa che a molti (noi compresi?) pare interessi sul serio.

           

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di Sergio Gridelli

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Commenti (2)add comment

Davide Pedrelli said:

...
Probabilmente, nel profondo, ognuno di noi sa che questi bit, i tuoi bit, colgono puntualmente nel segno.

Farti i complimenti è poca cosa, ma per il tuo specchio questo ed altro.
17 luglio 2010

Homitsu said:

...
Quando Narciso morì accorsero le Oreadi - le ninfe del bosco - e videro il lago trasformato da una pozza di acqua dolce in una brocca di lacrime salate.

"Perchè piangi?" domandarono le Oreadi.

"Piango per Narciso" rispose il lago.

"Non ci stupisce che tu pianga per Narciso", soggiunsero. "mentre tutte noi lo abbiamo sempre rincorso per il bosco, tu eri l'unico che poteva contemplare la sua bellezza da vicino."

"Perché? Narciso era bello?" domandò il lago.

"Chi altri meglio di te potrebbe saperlo?" risposero sorprese le Oreadi "Ci passava sempre davanti, ma cercava te e si stendeva sulle tue rive e guardava dentro di te e nello specchio delle tue acque specchiava la propria bellezza."

Allora il lago rispose: "Ma io amavo Narciso perché, mentre egli se ne stava disteso sulle mie rive e mi guardava, nello specchio dei suoi occhi io vedevo specchiata la mia bellezza".

http://upload.wikimedia.org/wikipedia/it/d/de/Michelangelo_Caravaggio_065.jpg


C'entra solo in parte, ma non ho resistito :-)
21 luglio 2010 | url

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