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Gio

11

Set

2008

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Scritto da Sergio   
L'Hoodia è un cactus. Da millenni, molte popolazioni africane lo utilizzano per combattere la fame durante le battute di caccia nel deserto. Infatti, questo vegetale contiene un principio attivo in grado di fornire un senso di sazietà. Sul finire del secolo scorso, una piccola casa farmaceutica inglese, la Phytopharm brevetta e commercializza questa sostanza anti-fame. Passa qualche tempo e rivende, in esclusiva, la licenza all'americana Pfizer per la bella cifra di 21 milioni di dollari.

Comunque, non si tratta di un caso isolato. Le multinazionali stanno contrabbandando per invenzioni conoscenze vecchie di secoli. È successo per il cosiddetto “grano andino”, l’apelawa (brevettata nel 1994 dalla società americana Hoesing, utilizzata nella cura della sterilità maschile), o l’ayahuasca (brevettata nel 1986 dalla “International Plant Medicine Corporation” ), una particolare sostanza utilizzata in Amazzonia durante le cerimonie religiose.

Che il mondo stia diventando un gigantesco codice a barre lo dimostrano anche altre vicende, se si può, altrettanto singolari. Nel novembre 2007 la Deutsche Telekom ha registrato (e comprato) il colore magenta (#ff00ff). Sul sito Freemagenta si possono vedere gli effetti derivati dalla impossibilità di utilizzo di questa tonalità.

Allo stesso modo la Red Bull, ha brevettato il blue/silver (50% blu, 50% grigio, codice di registrazione n. 002534774).                                                                                                                                                                         

Ma la corsa verso il copyright del mondo non si ferma qui. L'assimilazione dei brevetti di sequenze del DNA a quelli relativi ai diritti d'autore, le cosiddette opere d'ingegno, mette seriamente un discussione la libertà di tutti. Dal primo mammifero brevettato nel 1983, l'oncotopo, si è continuato con i miti ovini Tracy e Dolly, per fare l'exploit con la registrazione del codice genetico di un uomo della Papua Nuova Guinea. Anche se in un secondo tempo il governo americano ha rilasciato il codice sotto pubblico dominio, il precedente resta sicuramente inquietante. Il rischio, serio e non fantascientifico, è quello che un giorno, per potere esistere, si debbano pagare delle royalties a qualcuno.

A parte questi eccessi, sullo sfondo traspaiono due visioni del mondo. Una basata sul profitto ad ogni costo, l'altra più orientata a considerare come “valori” e “ricchezze” il sapere e il libero scambio delle conoscenze fra tutti e per tutti.

Un precursore di questo modello, prima ancora che Richard Stallman “istituzionalizzasse” il copyleft, fu senz'altro Albert Bruce Sabin, il padre del vaccino contro la poliomielite, il quale, resosi conto del grande bisogno dell'umanità, rinunciò allo sfruttamento commerciale della sua scoperta. Non ricevette il Nobel, ma la polio è stata quasi del tutto debellata.

In sostanza, al copyright si contrappone una nuovo modello economico, il copyleft. Il copyleft è nato nell'ambito del software, ma progressivamente si sta affacciando anche in altri campi (editoria, musica, arte).

Il caposaldo attorno al quale ruota il copyright, vale a dire il riconoscimento di diritti sulle cosiddette “opere dell'ingegno”, rappresenta una condizione ormai desueta. Infatti, analizzando la questione in profondità, non è difficile scorgere come nessuno (a parte forse i filosofi greci del V secolo a.C. e pochi altri) sia completamente “proprietario” delle proprie elaborazioni concettuali. Le idee, per quanto complesse, si definiscono in un processo che potremmo chiamare di “genesi sociale”. Nascono, cioè, attraverso combinazioni, destrutturazioni e rielaborazioni di pensieri “sociali e condivisi”, e pertanto patrimonio di tutti.

Anche la presunta insostenibilità economica delle opere aperte e liberamente circolanti, segna ineluttabilmente il passo. Se un prodotto culturale (software, libro, canzone) viene reso disponibile gratuitamente per tutti, aumenta la notorietà del suo autore, il quale, per dirla con quelli del Wu Ming, finisce per “dilatare il suo spazio all'interno dell'industria culturale”. Ciò comporta che aumenteranno le occasioni di questo autore in termini di consulenze, corsi, presentazioni, performance. Tutte cose che, giustamente, devono essere retribuite. Il prodotto cessa di essere al centro dell'universo commerciale, il ruolo principale spetta al sapere.

Tempo fa ebbi la necessità di far riparare il mio televisore. Al momento di pagare il conto chiesi ragione della cifra (non indifferente), constatato che l'intervento era consistito “solo” nella sostituzione di un condensatore. Il tecnico, senza battere ciglio, mi rispose che effettivamente il componente elettronico cambiato costava solo qualche centesimo, il resto della somma (il 99%) era rappresentato dal “sapere” quale condensatore cambiare.

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