Dopo secoli di “dominazione” alfabetica, la condizione post-moderna, decretata prepotentemente dai new-media, ha sancito il passaggio da un sistema di apprendimento del sapere per via sequenziale (una parola dopo l'altra, una frase di seguito ad un'altra frase) ad uno di tipo simultaneo.
Ha vinto, per così dire, la cultura dell'immagine. Internet ha rappresentato, e accelerato, la sintesi dei prodromi già contenuti nei processi visionari della televisione e del cinema. Questo spostamento verso la percezione simultanea ha fatto si che il trasferimento delle informazioni avvenisse quasi esclusivamente attraverso il canale visivo, ovvero mediante le immagini. Per questa via, anche le interfacce di mediazione uomo-computer si sono trasformate. Dalla interazione testuale si è passati a quella grafica, innestando delle dinamiche che vanno ben aldilà della “pura e semplice” usabilità. Vale a dire che l'estetica della cosiddetta “scrivania elettronica” non può essere limitata alla sola trasformazione di una sequenza di comandi in un concentrato di immagini bitmap o vettoriali. Con il crescere della diffusione informatica, si è capito che serve anche un coinvolgimento dei sensi e delle emozioni. Un'armonia di percezioni fluide ed appaganti. Le cose attraenti, e anche un desktop non sfugge a questo paradigma, trasmettono una sensazione di piacere e fanno stare meglio. Quando le emozioni vengono stimolate positivamente (è il caso della visione del “bello”), le persone si sentono motivate e sono sono più inclini ad affrontare le problematiche connesse all'utilizzo di un computer. Al contrario, una grafica poco accattivante incide pesantemente anche sulle barriere mentali, per lo più fittizie, che fanno desistere di fronte alle “normali” difficoltà incontrate nell'uso di un sistema operativo. Concretamente, l'opinione diffusa (peraltro confortata anche da riferimenti chiaramente oggettivi) circa l'elevata qualità estetica percepita dei sistemi Mac (software, ma anche il design dei cabinet) influenza significativamente anche la percezione della facilità d'uso. In sostanza, se una cosa è bella, maggiore sarà l'impegno da parte dell'utente a capire come aggirare un ostacolo. Sul versante Linux, le cose vanno diversamente. In primo luogo, c'è un problema “storico” di connotazione di questo sistema operativo. Anche se oggi si sono brillantemente superate le difficoltà legate all'installazione, al reperimento dei driver e al riconoscimento dell'hardware, non si può negare come questi aspetti abbiano gettato un'ombra lunghissima sul suo futuro. Linux, si dice, continua ad essere percepito come “difficile e complesso”, anche se attualmente le live-cd fanno praticamente tutto da sole. A questo va aggiunto “il paradosso del pinguino” che, sia detto senza intaccare la suscettibilità di nessuno, andrebbe risolto rapidamente. Da un lato, la community di Linux si prodiga per diffondere il più possibile questo sistema operativo, dall'altro (quasi contestualmente) aleggia un'aurea stilistica che più o meno velatamente fa intendere come i sistemi open source siano per pochi, “puri e duri”. E sicuramente, in una situazione in cui chi è capace di inserire una formula in una cella di Excel è considerato alla stregua di un hacker, è facile comprendere come possano facilmente trovare radicamento tesi come questa. Cioè, per usare Linux bisogna essere dei veri “manici”. Ma la cosa che a me appare più sostanziale per un'effettiva affermazione di Linux è rappresentata dal riuscire a realizzare un''interfaccia gradevole e significativamente emozionale. Si tratta, insomma, di trasmettere un'estetica seducente. Il software libero (per il momento) ha trascurato questo fronte (le interfacce sono, per così dire, ancora poco eleganti). Il computer è un medium trivalente. È allo stesso tempo “strumento”, “modo”, e, da quando è diventato anche un info-domestico, “stile”. Per questa ragione appare indispensabile che anche il software libero esca dalla visione esclusivamente tecnocentrica. La presunta dicotomia fra estetica e usabilità è un concetto ormai relegato all'era pre-internettiana, quando ancora il canale di comunicazione era da “uno verso tutti”. Oggi, le cose stanno diversamente, tutti comunicano a tutti, e disporre di una bella “portante grafica” fa la differenza. L'estetica non è un sotto-prodotto della progettazione informatica. Oggi, è imprescindibile che diventi una parte integrante della traiettoria progettuale al pari di un algoritmo o delle migliaia di righe di codice. In definitiva, non è un semplice abbellimento. Per altri versi, se è vero che il computer rappresenta sempre più un aspetto non disgiunto dalle nostre attività quotidiane, è facile comprendere come nella vita di tutti i giorni anche le esperienze siano una componente fondamentale, solo per fare un esempio, dell'offerta economica di prodotti e servizi. In questo senso, non acquistiamo un paio di pantaloni solo allo scopo di coprirci, così come non mangiamo ostriche con l'unico intento di nutrirci. Occorre, in conclusione, una rivoluzione grafica dell'open source. Una sorta di nuova “prospettiva lineare” per fare si che anche Linux trovi il suo Rinascimento.
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